La realtà conosciuta è analoga all'ambiente naturale in cui una specie si trova a vivere: esiste nel momento in cui lo si modifica. Ogni specie dunque ha una propria conoscenza della realtà. Solo nella misura in cui per noi esiste, essa è determinata. In qualunque modo si intenda un insieme qualunque di fenomeni, ciò presuppone già un certo tipo di azione da parte nostra che produce quel risultato chiamato “realtà”. Questa perciò non è mai oggettiva. Una teoria della conoscenza può solo indagare la genesi sociale che produce una determinata conoscenza e le domande riguardano dunque il tipo di azione da noi condotto ed il tipo di risposta che attua una realtà indefinita, prima che a noi appaia come definita in un qualunque senso. La prima è indagabile, la seconda no.

La conoscenza è affatto neutra. Essa è risulta, dipende, è data da cosa si fa e come lo si fa.

Per "dare una forma conoscitiva piuttosto che un'altra" si intende il fatto che contesti sociali differenti - e soprattutto un contesto del tutto discontinuo a quello storico come quello delle società primitive - producono apprensioni della realtà assai differenti se non incompatibili, ma tutte egualmente “vere”, poiché la verità va intesa come un processo.

Per "azione da parte nostra" e "genesi sociale" si intende che la conoscenza non è separabile dal nostro agire sociale, essa si produce quando e solo in quanto agiamo socialmente, sicché la realtà conosciuta non è separabile da ciò che facciamo e da come lo facciamo. Essa è il risultato di questa inseparabilità: l'”oggettività” è una esigenza evolutasi storicamente, dunque richiama questa storia, non se stessa; come per la teologia, ad es., si spiega con la sua genesi storica, non con il suo “oggetto”.

L’agricoltura ha alterato, devastandola, l’intera struttura della nostra vita e ancor più il capitalismo rispetto a quando eravamo incivili. Ciò ha prodotto relative forme di conoscenza: queste non rappresentano “il” percorso sulla via dell’approfondimento della nostra conoscenza della realtà, solo mostrano il nostro modo di agire nel mondo. Come la luna, a cui diamo ora la forma di un volto umano, di un coniglio etc. a seconda delle culture; essa è l’insieme delle forme che vi diamo, oltre la quale essa non c’è con una forma propria che non sia il fatto d’apparirci rotonda. Su questa rotondità si specchia il nostro modo di vivere.

Se non avessimo avuto la necessità di mettere un sensore al piede d’un uomo piuttosto che di un elefante a conseguenza delle nostre esigenze di controllo e dominio, non avremmo conoscenze e tecnologie conseguenti, ne avremmo altre ed un altro modo di vivere incommensurabile a quello. Vi sono tanti mondi-vita quante le cose che facciamo e come le facciamo, specie nella loro incompatibilità.

Se di punto in bianco fosse abolito un pilastro della civilizzazione, ossia la domesticazione in tutte le sue forme (come la recente criminale scienza zootecnica), l’intero attuale nostro modus vivendi si dissolverebbe di colpo e ciò che appariva naturale,  sembrerà mostruoso.

massenzio

 

 
 
Cosa  ha rappresentato la civiltà sino ad ora? Un incremento esponenziale del rischio  ed il prolungamento di inutili o dannose fatiche umane. Tutto ciò che chiamiamo  cultura e conoscenze ne ha rappresentato la l’apologia nonché l’oppiaceo.  L’unità di misura di questa deviazione recente dalla storia ominide è data dal  numero, tipologia ed estensione  delle “enclosures”:  recinzione di spazi naturali per definizione aperti. Da quattro mura ad altre, passando per  uno steccato, poi un cancello etc. Quest’ordine civile è divenuto un incubo di  cui pare non si possa più fare a meno, dacché la servitù divenne volontaria.

massenzio

 
 
La realtà intesa come eventi indipendenti dal soggetto conoscente non si dà poiché dovremmo confrontarla con la “copia” conosciuta e si dà solo questa, sicché se non v’è modello non v’è neppure copia.
L’aspetto più rilevante della faccenda così intesa sta nel capire come va inteso il soggetto conoscente: esso è la stessa Storia, dunque il soggetto conoscente è il soggetto che fa. Noi siamo e conosciamo ciò che facciamo od in base a ciò che facciamo. L’ambiente non si dà se non ci si trova dentro e ci si trova dentro appena lo si è modificato. Questo approccio elimina del tutto la questione del rapporto soggetto-oggetto, giacché esso è un processo.
Corollario I
 Il valore della conoscenza in ogni periodo della storia e specie il presente consiste nello svolgere una apologia dell’esistente, ossia essa porta a considerare il presente migliore del passato.
Corollario II
Più in generale, le conseguenze del nostro controllo, dominio sulla natura (astrazione simbolica, domesticazione, agricoltura, economia, denaro, politica, stati, arte, scienze etc.) vengono contrapposte all'epoca  di gran lunga più ampia, in cui esse non c’erano, ossia non mortificavano la nostra esistenza.

massenzio

 

del Tao

20/01/2013

 
Lao-Tzu venerabile
in compiuta attesa
che ci strappi all’esistenza
quale s’è consumata
adesso

massenzio

 

"stati d'essere"

20/01/2013

 
Se insinuassimo la prassi storica (comunitaria e poi socio-economica, che altro!) nelle tematiche più teoretiche, come  la questione dei fondamenti nella matematica o la natura della conoscenza? La conoscenza potrebbe non essere fallibile o meno, questa potrebbe essere una falsa alternativa, poiché presuppone un orientamento ontologista: oggettività della conoscenza e conseguenti  “esigenze logiche”. Questo approccio deriva da una certa percezione di noi stessi e del mondo, da una separazione tra questi, da un’esigenza di dominio, da una percezione lineare del tempo, da un senso della storia, infine da una dittatura del tempo. Ma  la conoscenza non è questo e neppure propriamente una “proiezione”. Essa in qualunque modo si esprima è uno STATO. In questo senso, ad es.,  anche i “teoremi limitativi” logico-matematici perdono il loro apparente valore vincolante.

massenzio

 

mirabile Lao Tzu

20/01/2013

 
Quando la grande via venne abbandonata,
ci furono umanità e giustizia.
Quando apparvero ingegno e conoscenza,
ci fu la grande civilizzazione.
Quando nella famiglia venne meno l’armonia,
ci fu la pietà filiale.
Quando la nazione sprofondò nel disordine,
ci furono i ministri fedeli.

Quando il gran Tao fu negletto
s'ebbero carità e giustizia,
quando apparvero intelligenza e sapienza
s'ebbero le grandi imposture,
quando i sei congiunti non furono in armonia
s'ebbero pietà filiale e clemenza paterna,
quando gli stati caddero nel disordine
s'ebbero i ministri leali.
 Lao Tzu, dal Tao-Teh-Ching (due traduzioni)

………………..e s’ebbero logica, economia, istruzione, lavoro, tempo etc.

massenzio

 
 
“This critique analyzes the working class as an integral element of capitalism rather than as the embodiment of its negation”, M. Postone.



Ho letto con interesse ed una certa gioia alcuni passi del testo “L’essenziale sull’essenziale” (Gilles Dauvé & Karl Nesicic), quegli accenni relativi a come dovrebbe immaginarsi una rivoluzione e società comuniste, privi come sono della incredibile indecenza terminologica marxista del secolo scorso. Intelligenza e vita si coniugano felicemente in questi autori.

Tuttavia restano alcuni punti che continuo a non intendere e su cui ho scritto qualcosa in passato. Si parla come al solito in maniera scontata di contraddizione capitale/lavoro (salariato), si sottintende dei proletari marchiati non si sa da quando come e perché dall’essere rivoluzionari, mentre da tutt’altro sembrano essere caratterizzati.  Si concede in un punto del testo quanto segue: ““lotta” tra capitale e lavoro salariato non implica che queste due realtà si affrontino senza tregua, in forma larvata o violenta, all'interno dell'impresa o nelle strade, ma soltanto che esse sono legate da un rapporto di collaborazione obbligata e allo stesso tempo di inimicizia. Raramente due lottatori si combattono fino alla morte. Lottare, il più delle volte, significa essere forzati ad accettare il quadro all'interno del quale la lotta si svolge. Se il capitale ha bisogno del lavoro salariato, finché sussiste questo sistema, anche il lavoro ha bisogno del capitale.” E ancora poco oltre: ” Il problema, per i rivoluzionari, non è sapere se la lotta di classe esiste, ma chiedersi come, anziché auto-riprodursi, essa possa concludersi per mezzo di una  rivoluzione.”

Dunque la “lotta” si assume comunque e mai si cita quella ben più sistematica nel tempo e nello spazio dei salariati contro se stessi, vale a dire della concorrenza da sempre e specie oggi spietata tra loro. Il fatto che “i rivoluzionari al livello di lotta di classe nella teoria”, come diceva Althusser, non abbiamo scritto e documentato quasi nulla su questo fenomeno ben più importante del presunto altro, la dice lunga su quanto siano stati destinati ad esprimere solo un ruolo nell’establishment politico, ma potremmo dire, vichianamente ossia con grande neutralità politica, quanto essi stessi conoscano solo ciò di cui essi stessi vivono.

Atteggiamenti rivoluzionari per il ‘900 almeno, io continuo a non vederne. Esemplificazioni a riguardo, di atteggiamenti manifesti, intendo, volti al superamento del sistema capitalistico , mi pare arduo trovarne (noi abbiamo parlato invece di sicuri fenomeni di “integrazione” e “de-integrazione”). Si potrebbe dire che se il boom economico del secondo dopoguerra fosse proseguito oltre avremmo assistito all’autentico significato dei ’60, ma purtroppo è cessato e ci siamo ritrovati le conseguenze del declino storico di un modo di produzione. E tuttavia occorre precisare che una eventuale esemplificazione non sarebbe sufficiente ad indicare una natura rivoluzionaria dei salariati o di loro settori: occorrerebbe una teoria (ch’io dubito vi sia in Marx). Come osservai a suo tempo circa la prassi dei salariati, Marx nel secondo volume del Capitale, ad es., (pp. 33-34) rileva come nella prima fase del ciclo del capitale monetario,  L è una delle voci in cui si scinde D. Ora egli osserva che in questo passaggio il denaro perde il suo carattere di capitale monetario ed assume il carattere di semplice mezzo di circolazione, di pagamento, giacché dal lato del lavoratore quel D-L sta per L-D (=M-D). Il lavoratore percepisce un salario con il quale acquista merci atte a riprodurne la forza lavoro (si tratta bensì di consumo produttivo, ma non produce plusvalore - non è una attività che realizza plulavoro -, semmai ne consente la realizzazione; tradotto: non è una attività produttiva; ciò en passant ci consente di individuare un parametro per distinguere le attività produttive dai semplici consumi, per poi distinguere tra questi i riproduttivi della forza-lavoro dai non riproduttivi, ad esempio output militari, che infatti vanno considerati dal lato degli investimenti un costo per il sistema economico, ossia drenano plusvalore, di là dal fatto che le singole imprese implicate in tale genere di produzione estraggano plusvalore ed abbiano un profitto netto). Dal lato del suo comportamento sociale siamo in L-D-M (=M-D-M), ossia nell’ambito della circolazione semplice delle merci, in cui D è appunto solo mezzo di circolazione. Egli vende la sua forza-lavoro nel processo produttivo (L-D) e riceve un salario col quale ne acquista di altre fuori dal processo produttivo, diciamo nel tempo libero (D-M).

Ora,  si comprende perché sembra che i comportamenti collettivi ed individuali dei salariati portino questi a pensare che caratteristica normale e quasi naturale  della società nella quale vivono sia quella indotta da quanto descritto, ossia da questa appendice del ciclo del capitale monetario, in cui per essi la forza-lavoro è una merce come le altre che una volta venduta contro denaro-capitale consente uno scambio equivalente con altre merci: ossia che la merce da loro venduta valga tanto denaro quanto merci equivalenti e ciò come segno distintivo dell’economia interamente monetaria, in cui la merce è la forma generale della ricchezza. Il risultato pratico è che tutt’al più essi giungono a ritenere giusto o naturale spingersi solo fino a chiedere la “giusta mercede” (la famigerata coscienza sindacale).

Il primo momento del ciclo del capitale monetario, quello in cui il capitalista attraverso l’investimento in M (Pm + L) trasforma il capitale monetario in capitale-merce e produce la famosa domanda o consumo dei lavoratori di cui sopra, ed in cui attraverso il processo produttivo (…P…) fa sì che quanto acquistato produca plusvalore  dunque sia superiore a quanto pattuito in forma di valore espresso nel salario, questo primo momento si diceva non ha determinato alcunché dal lato del comportamento dei lavoratori: essi ritengono naturale   farsi pagare quanto dovuto ed oltre ciò pare mai andranno. Questa è stata sinora la sociologia del lavoratore.

Nel documento si ammette che “il lavoro ha bisogno del capitale”.

Su di un piano statico io penso si tratti di una identità, del tipo che dire eminenza grigia rettiliana della finanza e dire Draghi sono la stessa cosa. O d’una equivalenza: il lavoro salariato come sistema non vi sarebbe senza il capitale come rapporto di produzione; dato l’uno si ha l’altro ed inversamente. Sul piano dinamico si tratterebbe d’un processo che non implica elementi incompatibili, che lo rendono inconsistente.

Queste due considerazioni (sociologica ed economica, assieme ad altre, certo) potrebbero bastare a spiegare perché contadini ed operai si siano bellamente fatti massacrare in due guerre mondiale dalla rivoluzione che avrebbero dovuto compiere e come mai si facciamo massacrare oggi tra fabbriche chiuse, sale da gioco, richieste “paradossali” d’un lavoro salariato ad ogni costo che “non v’è più” ed innumerevoli crimini e misfatti tra i loro desiderata. Essi in un certo senso sono i veri conservatori, assieme a tutto il popolo di sinistra, quando si rivendica una scuola pubblica, mentre si tratterebbe di abolire l’attuale sistema dell’istruzione pubblica e privata; quando si rivendica una sanità pubblica  pienamente garantita, efficiente etc., mentre si tratterebbe, in prospettiva, di vivere facendo il più possibile a meno di farmaci, ospedali  e quant'altro  ossia rivoluzionare il nostro modo di vivere etc.

Se la faccenda può leggersi più che ragionevolmente così, possiamo porre la questione del superamento del capitalismo in un altro modo, poiché tale questione rimane intatta in tutta la sua drammaticità, ora più di prima.

Citiamo gli autori del documento:

“Una cosa è certa: le forze produttive, da sole, non hanno mai fatto “saltare” i rapporti di produzione”*; “Il problema non è quello di individuare un grado massimo di miseria, che una volta raggiunto, darebbe inizio al Grande Giorno, o un massimo di alienazione che spingerebbe gli individui a sollevarsi contro un universo privo di senso; né si tratta di credere a un pericolo, al contempo ecologico e umano,  tanto terribile da costringere infine gli uomini ad abbattere il mostro. Non esiste alcun nesso di causa-effetto (né di proporzionalità) tra il grado di gravità di una situazione e la risposta rivoluzionaria dei  proletari. Per amore e per forza, essi hanno accettato gli orrori dell'industrializzazione, Verdun, Auschwitz, Hiroshima, e molte altre infamie e sofferenze. Non vi è alcuna ragione perché la minaccia della distruzione della vita sulla Terra, o di uno sprofondamento nella barbarie, basti, questa volta, a innescare la rivoluzione comunista. Non c'è una soglia di intollerabilità oltre la quale i proletari  cesserebbero di subire le false soluzioni e imporrebbero quella giusta.”;

“Il comunismo non verrà a risolvere un bisogno: ieri il bisogno per i proletari di vivere, di rompere il  ciclo infernale della miseria e della guerra, al quale oggi si aggiungerebbe quello di salvare la vita sul  pianeta. Una rivoluzione, e a maggior ragione una rivoluzione comunista, non tratta un problema come farebbe un tecnico seduto alla sua scrivania. Essa non nasce né dal solo desiderio, né dall'imperativo di  rispondere a delle urgenze storiche. Esiste ed esisterà sempre più di una sola risposta a una crisi o a una  catastrofe, sia pur essa planetaria e fatale, e la rivoluzione comunista non è che una delle risposte possibili. Altre soluzioni si presenteranno e si combineranno: la riforma, la dittatura, la fuga in avanti  militarista. I proletari non hanno fatto la rivoluzione quando il capitalismo “si accontentava” di  sfruttarli in tempo di pace e massacrarli in tempo di guerra; saremmo ingenui se credessimo che faranno la rivoluzione ora che il capitalismo minaccia non più soltanto i proletari, ma la vita in quanto tale. Come se fosse sufficiente un cambiamento di traiettoria della catastrofe annunciata a innescare un processo rivoluzionario... Affinché la soluzione comunista venga tentata e abbia la meglio, la gravità del problema non basta: sarà necessario anche che se ne provi il desiderio. La vostra domanda ha il merito di ricordare che la critica del capitalismo non si può limitare al  capitalismo. Ciò che si tratta di sopprimere, è qualcosa di più dello sfruttamento del lavoro da parte del  capitale. Il capitalismo integra e riassume, a modo suo, alcuni millenni di dominio dell'uomo sull'uomo,  supera alcune vecchie contraddizioni (in particolare per mezzo della democrazia) e ne moltiplica altre.  La potenza del sistema industriale (quello che alcuni chiamano la mega-macchina) rende oggi drammaticamente realizzabile il sogno di una domesticazione universale – ivi inclusa quella di altri  uomini – e addirittura la possibilità dell'auto-creazione dell'uomo. Tuttavia, come abbiamo scritto nella risposta alla domanda n. 4 del vostro questionario, il mondo attuale, etichettato erroneamente come “post-industriale”, riposa sul rapporto capitale/lavoro, e non ci  sbarazzeremo dell'alienazione-reificazione-dominazione-domesticazione se non mettendo fine al salariato, che continua a determinare l'evoluzione umana, oggi ancor più che nel 1867.”

La questione dunque potrebbe ridursi ad un contrasto sì (non contraddizione, espressione che, come la famigerata “lotta di classe”, andrebbero abrogate per decreto o riportate tra le espressioni emblematiche di come non si parli mai del mondo se non in funzione di come si vive), ma tra processo di riproduzione del capitalismo e processo di riproduzione della nostra specie nel capitalismo, nonché gli effetti del primo sull’ambiente (qui è questione mi pare appena indagata, certo solo sollevata, ora in ambito eco socialista e eco anarchico, dai tempi di Podolinsky). Nel primo processo i salariati operano in modo da tenere in piedi la baracca, sicché i veri rivoluzionari sono quegli agenti del capitale che rappresentano in pectore politiche e politiche economiche volte al peggioramento delle condizioni di vita dei più; nel secondo si misura il grado di tenuta della nostra specie all'imbarbarimento in corso, che potrebbe mostrare di perdurare in via indefinita, ossia il capitalismo risolversi in una gestione capitalistica della miseria accettata dai più.** Da ora in poi, recessioni e débâcle finanziarie potrebbero misurare solo i loro effetti sulla interazione di questi due processi e quanto l’uno sia solo funzione dell’altro, o non ad esso interamente riconducibile.

Qui possiamo solo constatare come altra riproduzione della nostra specie stia nell’assenza di tutti i tratti  salienti di questa, come bene fanno i nostri due autori.

* Su ciò rimanderei al notevole lavoro di Postone sul “marxismo tradizionale” dal titolo Time, Labour and Social Domination, unico testo a me noto in cui teoreticamente si mostra come in Marx non si esponga una teoria del proletariato come classe rivoluzionaria.

**Nella misura in cui le forze produttive sono un prodotto dei rapporti di produzione capitalistici e inversamente questi ultimi suppongono la meccanizzazione della produzione-distribuzione, il contrasto più che all’interno di questo sistema-processo (in cui esistono i salariati) e per quanto  esso sia stato e sia tellurico, dovrebbe essere rintracciato tra questo processo e le nostre capacità sociali acquisite di resistervi, nonché naturali, nella misura in cui questo sistema possiede capacità di influire sull’ambiente naturale e sulla natura umana finora ignoti.

A cura del Partito delle Api Operaie per l’Alvearismo

massenzio

 
 
Come dobbiamo considerare la conoscenza? L’idea che ci sia un “corretto ragionare” è pari a quella che vi sia una “conoscenza oggettiva”. L’ipotesi, invece, che entrambe siano funzione d’un certo modo sociale d’esistere rende la conoscenza una proiezione storicamente data, un intendere ciò che facciamo: narriamo di noi, non del “mondo”. O meglio: ciò di cui narriamo è sempre il nostro mondo.
L’idea d’un calcolo universale, di un calcolo per ogni cosa e di regole che prescindano da ogni contenuto è la maniera in cui l’uomo racconta dell’impegno  tanto bizzarro quanto criminale d’un progetto di dominio universale su se stesso e sul mondo.
Il calculus ratiocinatur cui anelava Leibnitz e poi compiutosi nei noti limiti nel ‘900 (limiti dovuti a sua volta  ad inevitabili assunzioni ontologiste) , si è compiuto solo sul presupposto, la credenza che  a questo modo si possa cogliere più in profondità qualcosa, mentre invece ci si fa soltanto una certa immagine di qualcosa a seconda del nostro modus operandi storico. I due intendimenti da un certo punto di vista sono la stessa cosa. La differenza consiste che nel primo caso ci si immagina parte d’una tendenza lineare e progressiva, che non ha alcuna ragion d’essere nella seconda di ipotesi. Nel secondo caso si mette capo ad uno storicismo (quasi) assoluto, (quasi) assoluto poiché non si assume alcuna essenza che s’estranei da se stessa, solo si assume che la “Storia” abbia prodotto forme di conoscenza del tutto funzionali a pratiche di dominio che la caratterizzano in quanto tali. Cessate queste, in ragione della insostenibilità relativa della prassi storica di cui sopra, si potrebbe gustare il senso di pratiche “Preistoriche” di conoscenza.

massenzio

 
 
Noi assumiamo che non esista conoscenza oggettiva, ossia che concerna realtà indipendenti dal soggetto conoscente, il quale va inteso sempre in senso storico. La conoscenza che produce il soggetto così inteso è di due tipi differenti: a) il soggetto conosce ciò che fa; b) il soggetto influenza realtà conosciute e da esso non prodotte, dando una forma a ciò che dunque assumiamo come in sé indeterminato.
Sicché, ad es., l’esigenza di possedere un linguaggio “pulito”, ossia non equivoco, chiaro, definito sulla base di precise regole logiche allo scopo di giungere ad una supposta essenza comune ai linguaggi (logica, appunto), tout court più aderente ai fatti, più che un “valore epistemologico” va considerata sotto l’aspetto della sua genesi storica, fa tutt’uno cioè, a mio parere, con determinati dominanti rapporti sociali che implicano l’esigenza di un controllo vieppiù crescente sulla natura e su noi stessi (“ragione strumentale”). In sostanza, la funzione di questa ricerca più che teorica va considerata pratica: ciò che noi conosciamo è funzione di un determinato modo di agire non una realtà da noi indipendente (“verum est fctum”).

massenzio

 

"Storia"

27/11/2012

 
Il detto '"Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella tua filosofia", di quell'immenso conoscitore dello spirito umano (civilizzato) che fu Shakespeare,  andrebbe parafrasato con "Storia". Penso che tutto ciò che noi chiamiamo "realtà" sia una proiezione del nostro modus vivendi, sia dunque tutto "vero", non "falso", suppongo alla maniera in cui lo intese Vico.

massenzio