La realtà conosciuta è analoga all'ambiente naturale in cui una specie si trova a vivere: esiste nel momento in cui lo si modifica. Ogni specie dunque ha una propria conoscenza della realtà. Solo nella misura in cui per noi esiste, essa è determinata. In qualunque modo si intenda un insieme qualunque di fenomeni, ciò presuppone già un certo tipo di azione da parte nostra che produce quel risultato chiamato “realtà”. Questa perciò non è mai oggettiva. Una teoria della conoscenza può solo indagare la genesi sociale che produce una determinata conoscenza e le domande riguardano dunque il tipo di azione da noi condotto ed il tipo di risposta che attua una realtà indefinita, prima che a noi appaia come definita in un qualunque senso. La prima è indagabile, la seconda no.
La conoscenza è affatto neutra. Essa è risulta, dipende, è data da cosa si fa e come lo si fa.
Per "dare una forma conoscitiva piuttosto che un'altra" si intende il fatto che contesti sociali differenti - e soprattutto un contesto del tutto discontinuo a quello storico come quello delle società primitive - producono apprensioni della realtà assai differenti se non incompatibili, ma tutte egualmente “vere”, poiché la verità va intesa come un processo.
Per "azione da parte nostra" e "genesi sociale" si intende che la conoscenza non è separabile dal nostro agire sociale, essa si produce quando e solo in quanto agiamo socialmente, sicché la realtà conosciuta non è separabile da ciò che facciamo e da come lo facciamo. Essa è il risultato di questa inseparabilità: l'”oggettività” è una esigenza evolutasi storicamente, dunque richiama questa storia, non se stessa; come per la teologia, ad es., si spiega con la sua genesi storica, non con il suo “oggetto”.
L’agricoltura ha alterato, devastandola, l’intera struttura della nostra vita e ancor più il capitalismo rispetto a quando eravamo incivili. Ciò ha prodotto relative forme di conoscenza: queste non rappresentano “il” percorso sulla via dell’approfondimento della nostra conoscenza della realtà, solo mostrano il nostro modo di agire nel mondo. Come la luna, a cui diamo ora la forma di un volto umano, di un coniglio etc. a seconda delle culture; essa è l’insieme delle forme che vi diamo, oltre la quale essa non c’è con una forma propria che non sia il fatto d’apparirci rotonda. Su questa rotondità si specchia il nostro modo di vivere.
Se non avessimo avuto la necessità di mettere un sensore al piede d’un uomo piuttosto che di un elefante a conseguenza delle nostre esigenze di controllo e dominio, non avremmo conoscenze e tecnologie conseguenti, ne avremmo altre ed un altro modo di vivere incommensurabile a quello. Vi sono tanti mondi-vita quante le cose che facciamo e come le facciamo, specie nella loro incompatibilità.
Se di punto in bianco fosse abolito un pilastro della civilizzazione, ossia la domesticazione in tutte le sue forme (come la recente criminale scienza zootecnica), l’intero attuale nostro modus vivendi si dissolverebbe di colpo e ciò che appariva naturale, sembrerà mostruoso.
massenzio
La realtà intesa come eventi indipendenti dal soggetto conoscente non si dà poiché dovremmo confrontarla con la “copia” conosciuta e si dà solo questa, sicché se non v’è modello non v’è neppure copia. L’aspetto più rilevante della faccenda così intesa sta nel capire come va inteso il soggetto conoscente: esso è la stessa Storia, dunque il soggetto conoscente è il soggetto che fa. Noi siamo e conosciamo ciò che facciamo od in base a ciò che facciamo. L’ambiente non si dà se non ci si trova dentro e ci si trova dentro appena lo si è modificato. Questo approccio elimina del tutto la questione del rapporto soggetto-oggetto, giacché esso è un processo. Corollario I Il valore della conoscenza in ogni periodo della storia e specie il presente consiste nello svolgere una apologia dell’esistente, ossia essa porta a considerare il presente migliore del passato. Corollario II Più in generale, le conseguenze del nostro controllo, dominio sulla natura (astrazione simbolica, domesticazione, agricoltura, economia, denaro, politica, stati, arte, scienze etc.) vengono contrapposte all'epoca di gran lunga più ampia, in cui esse non c’erano, ossia non mortificavano la nostra esistenza.
massenzio
Come dobbiamo considerare la conoscenza? L’idea che ci sia un “corretto ragionare” è pari a quella che vi sia una “conoscenza oggettiva”. L’ipotesi, invece, che entrambe siano funzione d’un certo modo sociale d’esistere rende la conoscenza una proiezione storicamente data, un intendere ciò che facciamo: narriamo di noi, non del “mondo”. O meglio: ciò di cui narriamo è sempre il nostro mondo. L’idea d’un calcolo universale, di un calcolo per ogni cosa e di regole che prescindano da ogni contenuto è la maniera in cui l’uomo racconta dell’impegno tanto bizzarro quanto criminale d’un progetto di dominio universale su se stesso e sul mondo. Il calculus ratiocinatur cui anelava Leibnitz e poi compiutosi nei noti limiti nel ‘900 (limiti dovuti a sua volta ad inevitabili assunzioni ontologiste) , si è compiuto solo sul presupposto, la credenza che a questo modo si possa cogliere più in profondità qualcosa, mentre invece ci si fa soltanto una certa immagine di qualcosa a seconda del nostro modus operandi storico. I due intendimenti da un certo punto di vista sono la stessa cosa. La differenza consiste che nel primo caso ci si immagina parte d’una tendenza lineare e progressiva, che non ha alcuna ragion d’essere nella seconda di ipotesi. Nel secondo caso si mette capo ad uno storicismo (quasi) assoluto, (quasi) assoluto poiché non si assume alcuna essenza che s’estranei da se stessa, solo si assume che la “Storia” abbia prodotto forme di conoscenza del tutto funzionali a pratiche di dominio che la caratterizzano in quanto tali. Cessate queste, in ragione della insostenibilità relativa della prassi storica di cui sopra, si potrebbe gustare il senso di pratiche “Preistoriche” di conoscenza.
massenzio
Noi assumiamo che non esista conoscenza oggettiva, ossia che concerna realtà indipendenti dal soggetto conoscente, il quale va inteso sempre in senso storico. La conoscenza che produce il soggetto così inteso è di due tipi differenti: a) il soggetto conosce ciò che fa; b) il soggetto influenza realtà conosciute e da esso non prodotte, dando una forma a ciò che dunque assumiamo come in sé indeterminato. Sicché, ad es., l’esigenza di possedere un linguaggio “pulito”, ossia non equivoco, chiaro, definito sulla base di precise regole logiche allo scopo di giungere ad una supposta essenza comune ai linguaggi (logica, appunto), tout court più aderente ai fatti, più che un “valore epistemologico” va considerata sotto l’aspetto della sua genesi storica, fa tutt’uno cioè, a mio parere, con determinati dominanti rapporti sociali che implicano l’esigenza di un controllo vieppiù crescente sulla natura e su noi stessi (“ragione strumentale”). In sostanza, la funzione di questa ricerca più che teorica va considerata pratica: ciò che noi conosciamo è funzione di un determinato modo di agire non una realtà da noi indipendente (“verum est fctum”).
massenzio
Il detto '"Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella tua filosofia", di quell'immenso conoscitore dello spirito umano (civilizzato) che fu Shakespeare, andrebbe parafrasato con "Storia". Penso che tutto ciò che noi chiamiamo "realtà" sia una proiezione del nostro modus vivendi, sia dunque tutto "vero", non "falso", suppongo alla maniera in cui lo intese Vico.
massenzio
Una teoria della conoscenza storicista o relativista radicale comporta che: a) Ogni forma di cultura è conoscenza; b) La conoscenza è funzione dei processi sociali; c) La conoscenza non va intesa come corrispondenza tra essa e la realtà nel senso di un adeguamento in itinere dell’una rispetto all’altra (realismo); d) La conoscenza dunque non va intesa in un senso progressivo; e) La conoscenza è un processo, una costruzione esperienziale; f) Alla sua base v’è un elemento soggettivo, fisiologico, di specie ed uno storico; g) In questo senso ogni conoscenza è “vera”, poiché viene costruita ed esprime i rapporti sociali esistenti; h) La conoscenza da luogo ad una percezione del mondo che ne è sua “immagine e somiglianza”. Essa è in certo qual modo autoreferenziale: producendo una immagine del mondo (la distinzione scienza e ideologia viene meno) essa mostra (costruisce cognitivamente) quanto costruito da una prassi storica. Le “verità”risultato della conoscenza sono date dalla loro genesi. i) La “realtà” come considerata nella tradizione gnoseologica prevalente assume così la consistenza di un che di “indeterminato”: è l’Essere le cui determinazioni sono storico-soggettive. In un certo senso, la conoscenza così intesa va considerata parimenti una “risposta” dell’Essere al nostro operare. “Colui che dogmatizza pone come vera e reale la sua osservazione così detta dogmatica, mentre lo scettico pone le sue espressioni non come vere e reali in senso assoluto. Come infatti l’espressione “tutte le cose sono false” afferma, insieme colla falsità di tutto il resto, anche la falsità di se stessa, così lo scettico intende che l’espressione, ad esempio, “per nulla più” affermi “per nulla più” anche di se stessa, e per tal modo circoscriva se stessa insieme col resto…. Se colui che dogmatizza pone come vera e reale la sua affermazione e lo scettico invece le sue espressioni proferisce in modo che esse possano essere circoscritte da se stesse, non si potrà dire che questo dogmatizzi nel proferire tali espressioni. Se per setta si intende una propensione a molti dogmi, aventi tra loro e con i fenomeni una certa coerenza, e per dogma s’intende l’assenso a cosa oscura, affermiamo che lo scettico non ha una setta. Se invece per setta s’intende un indirizzo che aderisce, in conformità del fenomeno, a una certa maniera di ragionare, come quella che ci mostra in qual modo è possibile vivere rettamente e tende a darci la facoltà di sospendere il nostro giudizio, allora diciamo che lo scettico ha una setta.”
Sesto Empirico, a cavallo tra il II ed il III secolo d.c.
α → ¬α, ma ¬ α ≠ (non implica) β. α = tutte le cose sono false ma poiché si deve applicare a se stessa, come rileva S.E., allora ¬ α = è falso che tutte le cose siano false ≠ (non implica) “Tutto è vero”( β).
Al fine di costruire formule ben formate dell’argomento occorre la seguente esposizione: per ogni X, se X è una proposizione, X è falsa; la sua negazione logica implica che allora vi sarà almeno una proposizione X vera; ossia la negazione di una universale negativa si mostra equivalente ad una particolare affermativa. L’argomento di S.E. è assai interessante sotto due aspetti che ci aiutano a capire e delimitare l’analisi puramente logica. L’argomento è produttivamente autoreferenziale (“l’espressione circoscrive se stessa insieme col resto”), come si nota. Ne consegue che almeno una o infinte proposizioni (come da esistenziale affermativa) possano essere vere, ma non ne consegue alcuna conclusione a favore di ciò che S.E. chiama dogmatismo. In sostanza, dalla autoreferenzialità non consegue vi debba(no) essere verità assolute. Il “circoscrivere a se stessa” esclude proprio ciò. Ma c’è di più. S.E. precisa che colui che dogmatizza “pone come vera e reale la sua affermazione”, ossia assume una posizione “realista”, suppone una conoscenza come “corrispondenza” del pensiero alla realtà. In questo senso possiamo prenderci la libertà di usare l’argomento del nostro per concludere da esso sostenendo che non v’è una conoscenza “oggettiva”, “indipendente” dal contesto di chi e cosa si conosce (ipotesi realista -dogmatica), ossia “vera e reale”. Essendo l’argomento come osservato del tipo autoreferenziale possiamo comunque trattarlo usando la semantica tarskiana per specificare le condizioni di verità di un enunciato, e quindi dire che: H è vero (nel linguaggio T) se e solo se P, ossia i concetti semantici relativi ad H devono essere formulati nel linguaggio P. H è la nostra universale negativa, il linguaggio T è il linguaggio in cui la abbiamo espressa (comune e della logica dei predicati) e P è il metalinguaggio usato per trattare di H.
Se “H “ è un enunciato vero, allora H; se H, allora “H” è un enunciato vero. Q sta per “Questo enunciato è falso” E’ vero che “Q”, dunque è falso L₁ L (L₁ metalinguaggio L linguaggio oggetto)
E’ falso che “Q”, dunque è vero L₁ L
R sta per l’enunciato che dice “Tutti gli enunciati sono relativi a…”
E’ vero che “R”, dunque è vero che…
E’ falso che “R”, dunque è falso che…..
Posso solo invalidare quest’ultimo argomento mostrando il darsi di una posizione assoluta, ossia che vi siano forme di conoscenza che non dipendono da contesti di qualunque genere, dunque non con argomenti logici. In tal senso, il relativismo gnoseologico radicale non può non essere che una sorta di “meta-gnoseologia”. Berkeley Il nocciolo dell’argomento di Berkeley è che a) poiché le realtà esistono nella misura in cui sono percepite esse non possono essere il prodotto, non possono essere proprie della materia (ergo la realtà non è materiale e nonostante le si attribuiscano proprietà fisiche), poiché esse accadono, si presentano in ciò che non è materiale (nella mente – esse est percipi); b) in quanto le realtà come sensazioni o idee si impongono con regolarità alla mente, data la conclusione appena riassunta esse debbono essere il prodotto di Dio, ossia di una mente, appunto, ma di natura necessariamente infinita. A=A’ → ¬ B; A=A’ ∧ a’ → Aⁿ A: realtà A’:percezione ¬ B: non materiale a’:proprietà fisiche delle percezioni Aⁿ:mente infinita Il presupposto di tutta l’argomentazione è nella assunzione (indimostrabile) che la mente sia immateriale. Sicché, abbandonando il presupposto di B. posso fare altrettanto e forse più ragionevolmente l’ipotesi della esistenza di una realtà indeterminata di cui la mente è solo una faccia, un modo in cui essa si presenta. Essa sarebbe il ricettacolo in cui accadono le sensazioni giacché esse esistono in quanto percepite ma in una mente che è arbitrario considerare immateriale. Ossia, se è valido l’argomento di B. intorno ad realtà=percezione*, ma invalido o invalidabile l’assunto, allora possiamo limitarci a parlare d’una realtà ma indeterminata (come il Dio di B.) che si determinata solo in quanto ci appare (esistono tante realtà quanti sono gli esseri senzienti). Se è contraddittorio, con B., parlare di materia come un che di esistente e non percepito, altrettanto lo è parlare di spirito. Possiamo tranquillamente andare oltre questa dicotomia. Se continuiamo a parlare di “materia”, lo facciamo solo nel senso che tutte le proprietà percepite a noi note le definiamo per abitudine “materiali”, ossia caratterizzate fisicamente. In realtà l’argomento di B. sembra essere inconsistente. E’ come se per volere sostenere che la natura della materia è quella d’essere divisibile all’infinito, noi assumessimo la sua indivisibilità. In sostanza, B. accompagna la tesi della identità essere-percezione alla distinzione tra percezioni di eventi dalle note caratteristiche fisiche (colori, suoni, estensione, moto etc.) e mente in cui accadono o si presentano e la cui natura sarebbe immateriale, ossia non caratterizzata dalle suddette caratteristiche. Dunque per potere osservare proprietà fisiche e sostenerne l’esistenza debbo assumere un che di non fisico e dunque non osservabile a quel modo. Ma, per es., lo stesso tempo viene identificato da B. come una successione di idee nel nostro spirito. Le due sostanze come si coniugherebbero? L’assunzione di un che di mentale come spirituale è puramente arbitraria ed “im-percettibile”, dunque è come se per sostenere che tutto è percettibile io assumessi che qualcosa non lo sia. Questa è una contraddizione. Ora, si sa dal teorema dello Pseudoscoto, che se assumiamo una contraddizione in un sistema, possiamo derivare qualunque proposizione. Per metterla diversamente, B. dopo che con chiarezza e lucidità ha usato numerosi argomenti per contestare la datità “materia” perché impercettibile, ne ammette un’altra (la mente impercettibile) e per ragioni teologiche e per non cadere nel solipsismo (in realtà perché non si può fuggire all’evidenza dell’argomento di Parmenide). Ma a questo punto l’una vale l’altra, è una questione di nomi. Se si abbandona il realismo, invece, la “realtà” conosciuta diventa il risultato della nostra prassi, anzi è parte di questa prassi. Noi conosciamo quanto accade ed è accaduto, non un mondo da noi separato che attende d’essere scoperto. Come per l’ecosistema, esso si fa conoscere quando agiamo. *Una tesi che di per sé pare inconfutabile od ovvia, tranne che per il conseguente impianto psicologista che accompagna la sua analisi dei significati.
massenzio
Base naturale
La conoscenza viene data dalla funzione dei sensi, dalle dinamiche attenzionali e dai concetti ed attività astrattive che su questa base vanno formandosi. A questo livello diamo una forma ad un materiale altrimenti "indeterminato"*. Ciò vuol dire che esso si dà con la nostra attività conoscitiva. In che altro modo potrebbe darsi? L’isomorfismo tra attività mentale umana e natura, materia, mondo esterno ed in qualunque modo lo si voglia chiamare, oltre a presupporre la prima non può fornire sostegno ad una identità parmenidea tra essere e pensiero per quanto in itinere, poiché sembra più plausibile supporre che quella attività, proprio in quanto «umana», colga ciò in cui è immersa per qualche lasso di tempo da una certa prospettiva, come un lampo di luce può illuminare solo un punto di un ambiente, da una certa posizione e secondo l’intensità della luce emessa. L’ipotesi “costruttivista”sembra la più adatta a descrivere questo processo ed è corretto eguagliare "realtà" ed "esperienza" Struttura sociale I rapporti tra gli uomini, le forme di vita come danno una impronta di sé all’ecosistema, anzi questo si rende riconoscibile in quanto lo modifichiamo, così informano di sé quella base naturale, facendoci percepire e conoscere ciò che chiamiamo«realtà» (altrimenti indeterminata) secondo adesso una soggettività (esperienza) storica. Per quanto riguarda questo secondo aspetto, il discrimine fondamentale si ha tra preistoria e storia (civiltà) e un altro fondamentale si avrebbe tra quest’ultima ed una post-civiltà a cui porterebbe una soppressione del capitalismo. Così, secondo questa ipotesi, come l’avvento della concezione monoteista non rappresenta affatto il costituirsi d’una concezione più reale, vera, «oggettiva» della divinità (un«progresso» nel campo religioso) a fondamento del mondo ma esprime l’avvento di nuovi rapporti sociali, umanamente più poveri poiché caratterizzati da uniformità nelle dinamiche sociali, dal consolidarsi di dinamiche impersonali(il top lo si ha con il capitalismo), allo stesso modo nulla ci vieta di argomentare che anche dal lato delle cosiddette conoscenze scientifiche valga lo stesso criterio interpretativo. Esse non esprimono sic et simpliciter l’avvento di «conoscenze oggettive» rispetto alla «falsità» di millenni, esse forniscono una immagine del mondo congruente anzitutto alle forme del tutto impersonali che il dominio, il potere e la gerarchia assumono con il capitalismo. Il ridurre all’essenza gli eventi naturali, faccenda che comunque data dal consolidarsi dei processi di civilizzazione, è il riflesso di rapporti sociali vieppiù essenziali. Qui non si tratta di conoscenze «più profonde», ma «più adatte» al sistema sociale consolidato. L’ideologia del ridurre tutto a «sistema essenziale» è l’ideologia dell’epoca moderna. L’Etica di Spinoza ne è un buon manifesto e così la costruzione hegeliana di una ragione che penetra se stessa scavando sino agli abissi del mondo. Qui si realizza la conoscenza suprema nella forma e nei contenuti adatti ad una certa epoca. In verità vi sono state eccezioni, che ancora solo richiamano altro e soprattutto i punti deboli d’un sistema sociale che può sempre tramontare. Va da sé che qui si ipotizzano uno storicismo ed un relativismo radicali. In effetti o sono radicali o negano se stessi. Questo è toccato in sorte al materialismo storico, che ha celebrato l’era del positivismo, facendosene l’interprete più maturo e coniugando, sul piano terminologico, due termini difficilmente adattabili l’un l’altro, giacché il materialismo è una filosofia che, come altre, ha pretese d’ «oggettività».
Sicché, in conclusione, durante il processo conoscitivo operano due livelli di soggettività (simultaneamente), che forniscono la nostra prospettiva sulla realtà. Il primo livello fornisce una sorta di prospettiva stabile (il lampo di luce in un ambiente oscuro), mentre i cambiamenti dentro una medesima prospettiva (la nostra specie senziente) sono forniti dal secondo livello, ossia da quanto accade nei rapporti tra gli uomini e tra questi e l’ecosistema, poiché la conoscenza è funzione di questi, ossia come, cosa e secondo quali finalità conosciamo (l’intensità, l’angolo, il colore di quel lampo). In un certo senso, la conoscenza che risulta dalla sovrapposizione dei due piani va considerata parimenti una “risposta” dell’Essere al nostro operare. *Sarebbe ingenuo identificare quest’ultimo con il campo elettromagnetico per il visibile e non poiché già questo presuppone una costruzione conoscitiva post factum, così come per le risultanze del «Principio di esclusione» di Pauli riguardo il senso del tatto. Poiché la conoscenza comporta una “traduzione” di input esterni (perciò è “nostra”), intendiamo con “indeterminato”quanto è “originale” prima che la traduzione avvenga.
massenzio
La "realtà oggettiva" non esiste e con essa la corrispondente "conoscenza", così come comunemente intese da qualche secolo. Esiste bensì l'Essere e le impronte che ogni specie senziente vi lascia sopra. Queste impronte sono il riflesso dello stadio di vita in cui ci troviamo, determinando ciò che è indeterminato, come se fotografassimo l’eternità dell’Essere. Lo stesso, si intende, vale di qualunque specie vivente. Per Essere intendo qualcosa d’analogo al vuoto quanto-meccanico, una sorta di residuo anomalo nel quadro dell’attività conoscitiva scientifica. L’uso di “definire” risale a qualche millennio fa e con esso si proietta sull’Essere un modus vivendi meno locale, rapporti mercantili più ampi e vincolanti, un uso che in qualche modo lascia il segno anche in successive epoche “oscure”. L’uso più recente di procedure volte alla quantificazione, alla misurazione di quella che noi chiamiamo “realtà oggettiva”, così come l’uso di individuare leggi, dinamiche regolari nei fenomeni ha a che fare con la nostra nuova forma di vita improntata ad un certo assai più marcato dominio sociale su noi stessi e sulla natura. In qualche modo, il recente tipico approccio scientifico alla conoscenza esprime il nostro modo di creare una realtà che va dominata e che chiamiamo “oggettiva”. In qualche modo una certa forma di dominio richiede l’ausilio d’una oggettività massimamente feticizzata Quando noi quantifichiamo e riconduciamo la realtà a rapporti funzionali tra variabili, noi non stiamo semplicemente semplificando la realtà, come si usa dire, noi non stiamo soltanto riconducendo ad un ordine ciò che è complesso e caotico, allo scopo di controllarlo, non ci stiamo tanto approssimando alla realtà, noi in qualche modo la "creiamo" tout court, poiché non v’è una realtà sottostante la nostra attività conoscitiva, che questa ultima coglie almeno in parte in quanto tale. Noi diamo una forma conoscitiva al mondo che percepiamo a seconda di come vi siamo immersi. La dinamica del dominio necessiterà di una certa forma, altre dinamiche ne faranno e ne hanno fatto a meno. Quello che conta nella nell’impresa scientifica moderna è la genesi che la ha prodotta, non ciò a cui può servire comunque.
massenzio
Osserva Bruce Chatwin che “L’arte nomade è intuitiva e irrazionale anziché analitica e statica.” Prendendo spunto da tale rilievo, nonché dalle argomentazioni di Paul Feyerabend intorno a natura e origine della nostra conoscenza espresse in specie nel suo ultimo lavoro postumo, possiamo paragonare la conoscenza (“umana”) a un’immersione in un che d’indefinito il cui risultato immediato si presenta nella forma delle quattro dimensioni variamente modulate in funzione e dei nostri organi percettivi e delle nostre facoltà d’astrazione, modellati entrambi- la loro relazione - dalla forma di vita che esprimiamo (Storie). Sicché noi non conosciamo l’Essere ma una sezione di esso secondo il nostro Motu proprio. Ciò significa che a differenti forme di conoscenza non corrispondono differenti gradi di “oggettività” e che le conoscenze preistoriche potendole confrontare sarebbero probabilmente incommensurabili a quelle proprie della civilizzazione. L’essenza del relativismo consiste nel non poter essere confutato in pratica.
massenzio
La ricerca della realtà che ha accompagnato la crescita della civiltà occidentale ha svolto un ruolo importante nel processo di semplificazione del mondo... Si dice [che tale ricerca abbia rivelato] i principi sottostanti ai fenomeni più comuni... Ma [essa] non accetta i fenomeni come sono: li cambia, o nel pensiero (astrazione) o interferendo attivamente con essi (esperimento). Entrambi... implicano delle semplificazioni... In entrambi i casi le cose sono estrapolate... dalla totalità che ci circonda. Ed è interessante notare come ciò che resta sia definito "realta"... considerato più importante della stessa totalità. (P. Feyerabend, Conquista dell'abbondanza, pp. 5-6).
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