La ricerca della realtà che ha accompagnato la crescita della civiltà occidentale ha svolto un ruolo importante nel processo di semplificazione del mondo... Si dice [che tale ricerca abbia rivelato] i principi sottostanti ai fenomeni più comuni... Ma [essa] non accetta i fenomeni come sono: li cambia, o nel pensiero (astrazione) o interferendo attivamente con essi (esperimento). Entrambi... implicano delle semplificazioni... In entrambi i casi le cose sono estrapolate... dalla totalità che ci circonda. Ed è interessante notare come ciò che resta sia definito "realta"... considerato più importante della stessa totalità. (P. Feyerabend, Conquista dell'abbondanza, pp. 5-6).
 
 
... La Realtà Ultima, se tale entità può essere postulata, è ineffabile. Ciò che conosciamo sono le varie forme di realtà manifesta, ovvero i modi complessi in cui la Realtà Ultima agisce nel regno (nella "nicchia ontologica") della vita umana. Molti scienziati identificano la particolare realtà manifesta che hanno delineato con la Realtà Ultima. Questo è semplicemente un errore. (P. Feyerabend, Conquista dell'abbondanza, p. 260)
 

No Title

19/07/2011

 
Basta guardare film da neorealismo nordamericano come "America oggi", "Crash", "Brooklyn's Finest", "Magnolia" etc. per avere un impatto potente, efficace su cosa sia "la vita tutta nel capitalismo" in specie (ma non certo solo) nella sua odierna decadenza e di cosa sia la natura della democrazia liberale, rappresentativa, ancora di continuo propagandata ad es. da quei cervelli butterati letteralmente da (per) quattro soldi nelle agonizzanti scuole pubbliche. La democrazia è il nome assunto da una serie di apparati che hanno ed hanno avuto il solo compito di autoriprodursi a qualunque costo.

massenzio
 
 
I massmedia hanno taciuto che in Islanda il  Governo invece di reprimere  il suo popolo (come in Grecia ed a tutte le latitudini) ha rispettato la  richiesta della piazza per un referendum attraverso il quale il popolo d'Islanda  ha deciso di ricusare il debito (precedente pericolosissimo). Stanno quasi
sottacendo il default del Minnesota ed i quasi-default di numerosi singoli stati  USA.
Ma veniamo al piatto forte. E' come se nel consentirci previsioni potessimo  fare a meno di dati quantitativi, talmente foriera di informazioni (e  sentimenti) è la realtà sociale nei suoi aspetti qualitativi. Anche se  repubblicani e democratici dovessero accordarsi per il due di agosto, una cosa chiaramente ne consegue: che lo stato dei conti pubblici negli USA (in specie)  non consentirà più alcun salvataggio al prossimo stress finanziario. Non si  potrà più ricorrere al Tesoro come fatto due anni fa (e causa anche dell'attuale  situazione debitoria del governo federale.). Si potrà solo ricorrere alla  emissione di nuovi bond a tassi di interesse elevatissimi, ossia portando gli  USA allo stato in cui rischiano di trovarsi ora: il default, che comporta  proprio l'impossibilità di emettere nuovi bond. Insomma, messa così è finita. Il  default degli USA al prossimo stress finanziario sarà la catastrofe: ritiro  dagli asset finanziari degli investitori in USA (prima la Cina), crollo del commercio internazionale etc. (Obama non parla forse di "apocalisse" se...). Si  rammenti tuttavia che il default degli USA non rappresenterà la causa, esso è  solo la più evidente espressione d'una fragilità sistemica del capitalismo nella  sua fase finanziario speculativa, quella stessa fragilità che fa sì che la
Grecia possa "tenere per le palle" l'Europa etc. Sono solo le gocce che fanno  traboccare il vaso. E' il "sistema" che è andato. In Italia la presente  finanziaria ci fotte una mensilità. Non "basterà"! A breve ne sforneranno un  altra, per un'altra mensilità (saremo dipendenti pubblici o privati con 11 mensilità invece che 13). Gli "esperti" vi fottono da 25 anni con le loro "politiche del rigore" e l'"opinione  pubblica" dovrebbe cominciare a riconoscere dove ci hanno portato. Dovrebbe  riconoscere che quattro anni fa non si parlava di Islanda, Irlanda, Spagna,  Portogallo, Grecia e Italia... e che fino ad una settimana fa non si parlava del  default degli USA. Di che si parlerà tra qualche mese, alla fine  dell'estate?

massenzio

 

The Twilight Zone

18/07/2011

 
Il  default del governo federale USA era stato puntigliosamente previsto da Chossudovsky in America’s Fiscal Collapse (http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12517) due anni fa e  noi ce ne eravamo occupati (articolo a seguire). Solo facendo i conti in tasca,  ossia senza indagare le ragioni dello stato dei conti pubblici USA, Chossudovsky
previde quanto sta accadendo. Lo  stato dei conti pubblici dei singoli Stati poi non è certo in media migliore (Minnesota ha dichiarato default, la California è in quasi-default etc.).
Tuttavia  assistiamo per l’ennesima volta negli ultimi 35 anni alla tragica-farsa-reale  circa la necessità di sacrifici, che ci hanno portato a raschiare il fondo  della ricchezza in forma di capitale prodotta dal lavoro salariato (l’ennesima  compulsiva macelleria sociale)
La  farsa è veramente degna della stupenda serie The Twilight Zone.
Dopo  aver truccato i conti o meglio aver prodotto dati in ragione delle unità di  misura o dei criteri di misurazione scelti del tutto funzionali alla propaganda  massmediologica totalitaria e volti ad accreditare tassi di occupazione,  crescite del Pil e produttività (l'Hedonic Price Index[1]) inesistenti,  adesso gli USA si appresterebbero ad alzare il tetto del debito per fingere di aver evitato il default. La scenografia funzionerà ancora, ma la realtà  fatta di vita e rapporti sociali oramai desolatamente fallimentari, ridotti ad  una forma larvale (qualunque “primitivo” ne rimarrebbe inorridito), mascherati  dalla farsa delle nostre inutili o dannose attività quotidiane, per restare all’”evidente”:fatti di salari da fame e forme di neoschiavismo-servilismo non  possono voilà! scomparire in virtù del copione. Le persone dovrebbero cominciare  a sentire pensare e dire basta con le “politiche del rigore” (che tra l’altro  non sono servite allo scopo di riattivare l’accumulazione capitalistica[2], bensì hanno  semplicemente foraggiato la dinamica speculativa), nel nostro linguaggio basta confondere inevitabilmente la ricchezza materiale  usata e prodotta con la sua forma storica capitalistica. In caso contrario  saremo tutti greci ed americani, ossia condannati di morte a  vita.  


                       Quel che resta del giorno (gli USA in default, un'ipotesi di  lettura)   
 
I dati specifici sulle previsioni di spesa per l’anno fiscale 2010  riportati da Chossudovsky in America’s Fiscal Collapse prevedono entrate per $ 2,381 trilioni a fronte  d’una spesa di $ 3,94 trilioni. Il deficit di bilancio previsto è dell’ordine di  $1,75 trilioni. Il bello di tutta la faccenda consiste nel fatto che il bilancio  dell’attuale meravigliosa amministrazione Obama prevede di già quasi $ 2  trilioni di spesa per le seguenti voci: a)$ 739 miliardi alla difesa; b) $1,45 trilioni di“aiuti” al sistema finanziario; c) $164 miliardi di interessi sul  debito. In pratica, non vi sarebbero risorse monetarie per le altre voci della  spesa pubblica.
Sempre secondo i dati riportati dalla ‘autore, si possono poi svolgere alcune considerazioni e conclusioni di carattere  generale.
Per quanto concerne gli $1,1 trilioni di dollari di spesa a 'soccorso' della dinamica speculativa ed a carico del Tesoro (i dati fanno riferimento alla  tabella su “government’s rescue funds”),  si opererà per l'anno fiscale 2010 attraverso lo smantellamento della  spesa sociale  ed un ulteriore  indebitamento  (l'autore tuttavia  sottolinea che dati i tassi di interesse 'vicini allo zero', l'operazione è  quantomeno problematica). Il punto però assai controverso nel quadro d'una politica monetaria classica concerne i $5,5 trilioni a carico della Fed.  L'autore evidenzia due punti che possiamo assumere come premessa del nostro  ragionamento: a) non sono le banche a esser nazionalizzate, bensì lo Stato  acquisito dalle banche, in fase di privatizzazione; b) la Fed rappresenta il  sistema finanziario americano (Wall Street ed istituti finanziari), poiché sono  i principali creditori dello Stato, detengono il controllo del Ministero del  Tesoro, della Fed e del Congresso, dunque qualunque politica monetaria è loro  funzione.
Classicamente, la Fed non agisce sul debito pubblico, non decide sulla fisionomia della spesa pubblica e dell'ammontare del debito statale, si limita  ad incrementare lo stock di moneta ad alto potenziale mediante operazioni di  mercato aperto e può emettere denaro non creditizio monetizzando debito pubblico. In linea ideale, finché la liquidità  prodotta dal sistema economico è adeguata, le banche commerciali emettono  depositi/loans (denaro creditizio) sulla base di questa e non sono costrette  a  ricorrere all'intervento della Fed per far fronte ad esigenze di liquidità.
Con l'attuale previsione ed interventi relativi di cui nella tabella,  l'intervento della Fed potrebbe equivalere a tre cose: 1) emettere liquidità “dal nulla” procurando una  iperinflazione; 2) fornire titoli del debito pubblico in cambio di collaterali  fasulli procurando un sottostante per i debiti così cancellati, il che potrebbe  equivalere ad  un fallimento della Fed; 3) scaricare il tutto sulla spesa pubblica  usando le funzioni del Tesoro per  operare il 'salvataggio' fuori dalle regole classiche. S'intende, o tutti e tre.  In ogni caso ciò procurerebbe come effetto un accentuato processo di privatizzazione di beni e funzioni pubbliche per quanto riguarda il terzo punto  e comunque per le previsioni di salvataggio previste e già in corso attraverso  ciò che compete al Tesoro. 
Tutto ciò è funzione di ciò che l'autore non può dire e proprio perciò  conclude con l'esigenza di riforme monetario - finanziarie. Ciò che non può dire  è che la liquidità prodotta spontaneamente dal sistema economico (prodotto  netto, denaro non creditizio) è finita nel corso del tempo nel circuito della  dinamica speculativa (mercato secondario); questa non esprime costi o prezzi di  produzione (non funge da equivalente generale) ma   incrementi di prezzo che si sostengono grazie alla prima e fanno il mare  magnum del denaro creditizio, che in realtà non significa altro che creazione di  debito, il meccanismo essendo quello di essere creato per tornare al punto di  partenza.
Occorre riflettere sul fatto che in tutta questa faccenda i veri 'statalisti' paradossalmente sono stati gli esponenti di certa destra economica  americana, i quali hanno consigliato di non operare alcun salvataggio, ma di  mandare tutto  a puttane. Che fosse nelle loro intenzioni o meno, ciò avrebbe messo la Fed in un’altra posizione ed  impedito al Tesoro una politica draconiana, ma certo le conseguenze sociali non  sarebbero state meno devastanti di quelle in corso e previste. 
V’è da notare “a margine” che l’intervento di Chossudovsky è tanto più interessante in quanto esemplificativo d’una situazione generale di default  attuali e potenziali degli Stati a tutte le latitudini. Per ciò che riguarda  l’Occidente, basti citare l’Islanda, la Grecia e la  California.
 
    07/09
  
 
 
[1] L’Hedonic Price Index è stato inserito nella valutazione dei prezzi proprio in ragione di ciò. Esso valuta anche il miglioramento nella qualità di prodotti omogenei  rispetto ad un anno base (per es. un’auto della stessa cilindrata), conteggiando  la migliore qualità intervenuta nella produzione del manufatto. Il valore del  manufatto viene così incrementato (nel caso per es. dei computer, ogni aumento  nella potenza del processore, che incrementa l’utilità del prodotto e indipendentemente dal prezzo, viene valutato come incremento della ricchezza  prodotta) ed una eventuale inflazione rispetto ad un anno base – una valutazione  a prezzi costanti – viene ridotta di tanto quanto è stato valutato in termini  monetari il miglioramento della qualità. Il PIL così viene accresciuto rispetto a quanto sarebbe secondo il calcolo usuale. Ma poiché ciò non significa  null’altro che imputare una crescita nelle quantità fisiche prodotte rispetto  all’anno base (rammento che tutto ciò che risulta in più nel PIL in termini  monetari dopo averlo deflazionato non equivale ad altro che a quantità fisiche  prodotte in più – o in meno, se una volta deflazionato la somma monetaria dei beni finali risulta inferiore ad un anno base), è come se si producesse quantità  con la qualità. Un caso interessante di applicazione della  dialettica.
I trucchi da prestigiatore sui reali tassi di disoccupazione invece risultano dalle numerose stime alternative che raddoppiano almeno quelli  ora ufficiali. Non c’è che dire: siamo in totale clima sovietico.
[2] Il caso delle ‘esternalizzazioni’ di servizi un tempo pubblici ne è un esempio. Per la parte finanziata dallo stato (la gran parte), dovrebbe  essere similare a quello ad es. delle spese per la difesa, ossia un caso di  “consumo sociale”.Poiché però l’obiettivo è quello di ridurre la spesa pubblica,  esso non incrementa necessariamente questo consumo, lo rende solo più aleatorio (di là dalle ovvie conseguenze sui lavoratori implicati in servizi un tempo  pubblici). Lo stato finanzia le imprese ivi implicate, fornendo condizioni  d’accumulazione per queste, ma, come nel caso delle spese per militari, non  incrementa la crescita economica capitalistica complessiva. Esse dovrebbero
essere interamente privatizzate allo scopo. Tutto ciò inoltre incrementa la corruzione (o il business pubblico-privato)) poiché politicanti e funzionari si  trovano a svolgere un ruolo crescente nel meccanismo della mediazione politica.  La nostra amata “repubblica delle banane” in piena Europa, ne è un fulgido  esempio.

massenzio
 

No Title

13/07/2011

 
L’uso della ragione, il richiamo alla razionalità e ragionevolezza e  finanche al canone della scientificità, tanto comune, costante, diffusamente  considerato una virtù che rende propriamente umano un atteggiamento e finalmente  l’uso della argomentazione ritenuta razionale in tutto ciò che fa la  comunicazione e nei saperi consolidati esprime a ben vedere- e appare quasi una  copertura per tutti gli oggetti che su quella forma si modellano - la tragica  esistenza che conduciamo (e incrementiamo nelle altre specie), vieppiù da  quando questa tragicità consiste nel fatto di permanere, certo inutilmente. 

massenzio


 
 
In Education at a Glance 2007 OECD INDICATORS, uno studio annuale sulla  performance dei sistemi dell’istruzione per l’area OCSE, troviamo alcuni dati  interessanti da cui partire seriamente per valutare lo stato delle cose. Sul  totale delle spese correnti, l'Italia al 2004 spende l'80 % in salari, meno di  Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti etc., così sfatiamo un luogo comune  (grafico B6.1, 2004,  per tutti gli  ordini di scuola meno l'università); se invece osserviamo le spese correnti per  l’università relativamente a servzi come alloggi, mense, trasporti e R&D,  l’Italia è ben sotto la media (0,5 a fronte dell’1,3% OCSE – grafico B6.2). Per  quanto riguarda il numero di studenti per classe, l’Italia è poco sotto la media  nella scuola primaria e per il biennio della secondaria per le scuole pubbliche  e private assieme, ma con numerosi altri Paesi(D2.2, 2005) e il rapporto  studenti-insegnanti vede l'Italia sotto la media (tranne università), ma in  buona compagnia ancora con altri Paesi dell'Occidente (D2.3, 2005); e tuttavia  occorre tener conto, tra le altre particolarità, che per l'Italia si conteggiano  gli insegnanti di religione, cosa che non vale per altri Paesi, fatto che ne  accresce il numero. Tuttavia occorre segnalare che nel nostro Paese gli  insegnanti dedicano il maggior numero di ore di insegnamento agli alunni tra  l’età di 7 e 15 anni (quasi 8500 ore) in ciò preceduti di poco da Olanda ed  Australia (grafico D1.1, 2005). I  salari per insegnanti con almeno 15 anni di insegnamento nel corrispondente  nostro biennio delle scuole pubbliche sono poi tra i più bassi e così il  rapporto stipendi-PIL pro-capite  (D3.1, 2005, usando il PPs ossia a parità potere d'acquisto); anche dopo i 15  anni di insegnamento le cose non cambiano. Se prendiamo il   monte ore di insegnamento  nel bienno delle scuola pubblica secondaria è più basso rispetto alla media, ma
è il Giappone, ad esempio, all'ultimo posto (D4.1, 2005). E tuttavia, se  osserviamo la tabella D4.4 notiamo che la percentuale di ore di insegnamento sul  totale delle ore svolte per le scuole primarie e secondarie va da un max del 65%  della Scozia ad un minimo del 25% per il Giappone (in alcuni Paesi ad esempio il  numero di ore in cui viene richiesto di insegnare si riduce con l'età sino a 16  la settimana). In questa tabella purtroppo l'Italia non è presente perché "In Belgium (Fr.), Finland, France, Italy and New Zealand there are no formal  requirements for how much time should be spent on non-teaching duties", il che  significa che in alcuni paesi viene richiesto e contabilizzato anche il numero  di ore dedicato a preparazione lezioni, correzione compiti etc. ed in altri no.  Sempre in relazione al  D4.4, infatti, si recita: "The regulation of teachers' working time varies  widely among countries. While some countries formally regulate contact time  only, others establish working hours as well. In some countries, time is  allocated for teaching and non-teaching activities within the formally  established working time. In most countries, teachers are formally required to  work a specified number of hours per week to earn their full-time salary; this  includes teaching and non-teaching time". Ma veniamo ad altri dati. La  spesa annuale per studente e per tutti gli ordini di scuola compresa  l’università vede l'Italia nella media (sola istruzione pubblica, grafico B1.1,  2004) e tuttavia sta pesantemente sotto la media per l'insegnamento  universitario (grafico B2.2, 2004); così la spesa pubblica e privata per  l'istruzione in rapporto al Pil e per tutti gli ordini di scuola sta sotto la  media OCSE in Italia (4,8% vs 6,2) e non è variata tra 1995 e 2004 (il fatto che  sia cresciuta in assoluto, ed in altri paesi assai più - dato demagogicamente  reiterato oggi - non significa un fico secco - grafico B2.1). Invece, è cresciuta parecchio la quota di spesa privata ("This  includes all money transferred to such institutions through private sources,  including public funding via subsidies to households, private fees for  educational services or other private spending (e.g. on accommodation) that  passes through the institution") per sostenere gli studi universitari nel nostro
Paese rispetto al '94 (passa dal 18 al 30%, grafico B3.3). Il grafico B4.1 fornisce il dato sulla % di spesa pubblica per l’istruzione sul totale tra  il '95 ed il 2004, il dato resta invariato e l'Italia continua a restare sotto  la media; il B4.2 poi fa vedere come il totale della spesa pubblica per tutti i
servizi s'è ridotta nello stesso arco di tempo un po’ in tutti i Paesi. A  dimostrazione che non v’è nulla d’anomalo nel sistema d’istruzione italiano,  v’è poi un grafico nell’edizione 2008 (B7.1, 2004) che analizza quattro fattori  che incidono sulle retribuzioni degli insegnanti per studente come % del Pil
procapite nelle scuole secondarie, da esso si evince come l'Italia sia nella  media OCSE indicata da 0 (e un rombo) sull'ascissa.
 
10/2008

massenzio
 
 
Sinceramente, è arduo ossevare qualcosa di buono nel nostro futuro.  Uscirsene per l'ennesima volta con la sanissima e ragionevole (e nostro cavallo di battaglia) valutazione  di R. Kuhn in "The Problem Is Capitalism, Not Just the Banks" secondo la  quale "The alternative is a real  socialism in which workers replace production for profit with production to  fulfill human needs and the despotic structures of all corporations with  democratic control over workplaces and society as a whole.   Now that neo-liberalism has ceased to be common sense, it is worth  considering" assomiglia oramai all'ultimo canto del cigno, ad una presa di  coscienza del proprio tempo (la nottola di Minerva) che resta e resterà relegata  per chissà quanto ancora ad un’avanguardia di persone impotenti e magari  frustrate. Il fatto che un sistema sociale come il nostro abbia in sé dei limiti  alla propria autoriproduzione non fornisce alcuna indicazione sulla direzione  delle cose. Non comporta affatto il sopraggiungere d'un sistema sociale  superiore a quello esistente, nonostante ve ne siano tutte le condizioni. Come  altra possibilità realizzata il capitalismo sta abituando solo gli individui a  vivere alla meno peggio e potrebbe riprendersi riproducendo indefinitamente uno  status sociale inferiore a quello raggiunto in una sua fase precedente. Quando  poi i 3/4 del pianeta ci vivono da sempre, è assai difficile che il restante 1/4  faccia da leva se vede questa accorciarsi sempre più senza che null'altro  avvenga. Abbiamo di fronte sfide enormi: dalla possibilità di creare un nuovo  regime alimentare che faccia a meno dello sterminio di miliardi di animali ogni  anno con grave danno per l'ambienten e gli uomini, a potenzialità tecniche che  potrebbero invertire il corso assodato delle controriforme sociali perché manca  la variabile lavoratori salariati in grado di negare la loro natura sociale di  lavoratori salariati, alla possibilità di lasciarci alle spalle la merda dei  combustibili fossili come unica forma primitiva di ricavo energetico per la  stessa ragione di cui sopra  (e  lasciarci alle spalle tutti i dettagli da untermenschen come la scuola, gli  eserciti etc. ed altri apparati autoreferenziali che andrebbero completamente  rivoltati o soppressi). Gli uomini in Occidente non solo si adattano da tempo e  si adatteranno ancora - e forse come pensa Unabomber proprio a causa della loro  dipendenza da grossi complessi infrastrutturali e tecnologici che il  capitalismo ha creato e che operano a suo favore anche in fasi di declino -, ma  continueranno a immaginarsi leader salvifici al peggio o al meglio come  Berlusconi, Sarkozy, Putin ed ora Obama negli Stati Uniti. Se non nulla di  nuovo, certo nulla di buono sotto al sole. Conviene ogni speranza sia  abbandonata per decenni se il capitalismo proseguirà su questa strada. Il  fatto, ripetiamo, che il capitalismo abbia dei limiti intrinsechi alla sua  autoriproduzione non depone a favore d'una direzione positiva della Storia, le  prove e gli indizi su questa via sono oramai innumerevoli. E se resisterà anche  in questa tornata con un generale abbrutimento delle persone, è meglio cercare  di invecchiare 'decentemente'. Il fatto, poi, che una piccola cerchia di  individui alla Kuhn “veda chiaro”, nulla ha a che fare con le avanguardie  immaginate: quelle erano un prodotto politico della divisione del lavoro  intellettuale alla ricerca di una autolegittimazione poi ottenuta, questa  assomiglia ad un cadavere dopo un de profundis.  
E' ragionevole dire che  “è finita”, quanto è emotivamente giustificabile la speranza di sbagliarsi  completamente. In fondo degli attuali processi storici noi vediamo la  superficie o, nel migliore dei casi, lo scheletro del suo trend economico. Un  atto di consapevolezza collettivo che elimini l'inganno di identificare la  ricchezza materiale con il valore di scambio (le risorse umane e tecniche come  denaro) presuppone un processo collettivo di così grande portata da coglierlo  solo una volta avvenuto. Ma questo processo non solo non è in corso dopo 25  anni di declino, è in corso invece ed è oramai solidificatosi quello inverso:  poiché v'è carenza di risorse (monetarie viste come naturali e sociali) non  resta che adattarsi. Ognuno pensa questo. E' l'ideologia economia ufficiale di  una consustanziale carenza di risorse che ha trionfato. Questa sì! Tanto di  cappello. 
     09/11/08

massenzio
 

Ipotesi "marxiana"

09/07/2011

 
Marx invece elabora il seguente circuito  del capitale: M – C- M`. Qui la domanda non risulta affatto centrale, centrali  sono gli investimenti lordi che producono la domanda, poiché contengono i salari
dei lavoratori. L’eventuale gap di domanda è solo il sintomo nelle difficoltà  dell’accumulazione, non la loro ragione.
 Dati per presupposti una serie di elementi  che fanno la teoria marxiana, durante il processo di produzione abbiamo un tempo  di lavoro (TL) contenuto nei mezzi di produzione che riappare alla fine del  processo produttivo e perciò definito costante (C) ed un TL erogato dai  lavoratori produttivi durante il processo medesimo e perciò definito valore  aggiunto dal lavoro (L). Il valore lavoro totale sarà perciò C + L. Il prodotto  netto (PN) sta per L. Quest’ultimo si suddivide in V + S (salari reali più  profitti). Ne viene che S sarà L – V.  S/V rappresenta il saggio del plusvalore o  di sfruttamento (nessuna connotazione morale viene espressa da questo rapporto, com’è facile arguire, dunque i capitalisti “non sono cattivi”). V è dato dalla  quantità di beni consumabili dai lavoratori  e dal tempo di lavoro necessario a  produrli. La massa di S e S/V può essere incrementata in due modi:  direttamente, ossia aumentando L e indirettamente, abbassando V. Quest’ultimo  caso si può ottenere in due differenti maniere: con l’abbassamento di V o con  l’accrescimento della produttività del lavoro. Il risultato è il medesimo, solo  che nel secondo caso si deve accrescere C. Nel capitalismo, da un certo e sino  ad un determinato punto si è adottato l’ultimo metodo. Il paradosso, non  logico, è che lo stesso mezzo che accresce S/V tende ad abbassare il saggio del  profitto (S/C+V) e da un certo punto tende a far decrescere anche S (la massa  dei profitti). In sostanza, la crescente composizione tecnica del capitale ed  anche organica, ossia in termini di crescita del rapporto C/L, conduce ad un  declino di S/C+V, giacche la fonte del valore è il lavoro  vivo.
Mettiamo che il lavoratori vivano d’aria  (V=0), la quantità massima di S sarebbe data da L/C, ma il piano sarebbe O.  Questo è ciò che Marx intende con caduta tendenziale del saggio del profitto:  più aumenta C meno cresce S/V ed S.
Il punto veramente cruciale è che la  suddetta tendenza è indipendente da come S e V vengono divisi o da come si  distribuisce il valore aggiunto. Qui abbiamo solo due casi ampiamente  confermati dai dati empirici disponibili. Se supponiamo che i salari reali  restano costanti, la crescente produttività del lavoro farà aumentare S/V. Se  supponiamo che i salari reali crescano ma meno della produttività, ossia  prelevino una quota decrescente del valore aggiunto, ancora S/V crescerà.  Questo spiega perché una crescita dei salari reali si possa accompagnare ad una  crescita di S/V e ciò raffigura quanto secondo Marx accade veramente nel  capitalismo. I lavoratori non possono acquisire per intero il valore aggiunto  dalla crescita della produttività senza bloccare l’accumulazione, ossia ciò di  cui essi stessi vivono; e perciò non possono essere nelle loro “lotte di  classe”dei rivoluzionari. Lo possono essere abbattendo il sistema in toto, ossia negando la loro natura di lavoratori salariati. Marx infatti nota nel primo volume del Capitale  che i salari reali possono crescere solo finché questi non interferiscano col  processo d’accumulazione.
Quanto abbiamo riportato mi sembra possa  far luce anche su una questione sorta in ambito di teoria propriamente marxista  e relativa alla sovraccumulazione del capitale. Ossia a che cosa sia dovuta la  tendenza al calo del saggio del profitto, se all’accrescimento della  composizione organica o al profit squeeze (accrescimento dei salari  reali).
In astratto, ossia considerando il  “sistema chiuso”,  la tendenza  all’accrescimento di C/L opera contemporaneamente in due direzioni: un calo di  S/C+V dovuto a C, ed un calo di S/C+V  dovuto a V, giacché in astratto la tendenza all’accrescimento di C  comporta un accrescimento assoluto di V ed una riduzione dell’esercito  industriale di riserva. Ciò comporta prima o poi (quando?) anche una decrescita  di S, con la qual cosa l’accumulazione entra in una fase di stagnazione. 
Ciò è quanto potrebbe essere successo alla  fine degli anni ’60. Per l’oggi la faccenda è assai differente, poiché le  dinamiche dell’accumulazione o non accumulazione sono interamente mutate: bassa  accumulazione in Occidente e incrementi di produttività ottenuti solo attraverso  l’incremento del plusvalore assoluto.
Sino alla fine degli anni ’60 possiamo  concludere (logicamente parlando): P →Q, Q ├ P.
Per l’oggi, la stagnazione è semplicemente  in corso, ed il capitalismo cerca solo di sopravvivere. E’ nella sua fase di  decadenza ed i principali sostegni sono i lavoratori salariati che non vogliono  rinunciare alla gallina dalle uova d’oro, anche quand’essa è ormai decrepita. E’  solo a favore d’essi che ci è data la speranza. Ma forse è meglio abbandonare  questo sentimento da untermeschen.

massenzio

 
 
Se si spendono tutti i profitti (per consumi e sostituzione capitale fisso  consumato) non v’è accumulazione; se se ne  spendono solo una parte (poiché  l’altra finanzia l’accumulazione) v’è un gap di  domanda, ossia sottoconsumo  crescente o cumulativo.
E’ chiaro che il ciclo economico  presupposto è del  tipo C-M-C. E’ solo la centralità della domanda di beni di  consumo che porta i  sottoconsumisti alle loro conclusioni. Questo presupposto è  pienamente  condiviso anche dalla economia politica convenzionale, che ne fa uno  dei perni  attorno a cui essa costruisce i suoi  argomenti.
I dati empirici tuttavia  contraddicono la  loro previsione, per cui la teoria economica risulta erronea.  Da quando il  capitalismo ha occupato (e massacrato) ogni ambito della vita  umana abbiamo  assistito ad una crescita e dal lato dei salari reali e dal lato   dell’accumulazione, la quale ha espresso sì un tendenziale declino, ma esso è   troppo prolungato nel tempo per dar ragione alle ipotesi sottoconsumiste. Per   cui (logicamente parlando): P →Q, ~ Q, ├ ~ P.

massenzio