6

15/05/2011

 
La conoscenza in primis è il risultato di un bisogno, ha a che fare con l'utile non con il "vero". Essa è come un abito che si indossa per protteggersi dalle intemperie. Questo si fa man mano più elegante, ma in primis la "verità" è soltanto uno dei bottoni  con i quali lo si indossa. Più elegante si fa l'abito più la "verità" ha assunto il significato del business scientifico. Il fatto poi che questo abito abbia da tempo un maggior "successo" nel proteggerci dalle intemperie non significa che lo indosseremo sempre nella forma e stile attuali, se questi dovessero procurarci una qualche forma di danno insostenibile. "Vero" è comunque ciò che noi diciamo di noi stessi in rapporto all'Essere, "Vero" si è detto del nostro processo di significazione.

massenzio
 

No Title

07/05/2011

 
In questa fase della nostra storia forse possiamo dire che a ripercorrere il cammino del pensiero filosofico e di quelle discipline che a quella attività rimandano in modo irrimediabile, la "verità", il senso sia un po’ dappertutto. Ma sembra che esse abbiamo solo preparato una considerazione che pare definitiva intorno alla "nostra" percezione del mondo: questa si definisce in uno stato di consapevolezza marcatamente esistenziale e con una buona dose di nichilismo. Essa rifugge come più proprio, vero e sano qualunque elemento consolatorio, la malattia da cui i più si debbono ancora curare. S’attende ancora una leva che curi in modo definitivo, e che si pensava fosse stata trovata su di un piano teorico in una consapevolezza materialistica della storia che diventasse pratica sociale. Se quest’ultima dovesse compiersi, non sopprimerà la filosofia, ma renderà solo più esteso e profondo questo sentire un’esistenza che sarà meno tragica di quanto ora ci appare, ma anche definitivamente finita e totale nel contempo, umana e naturale, fatta per accarezzare il Tempo, insomma per cogliere i limiti dell’infinito e nel limite l’infinito.

massenzio

 

No Title

07/05/2011

 
Giunti ad una certa età, il sesso può rappresentare solo se stesso, ridursi come importanza al momento in cui lo si prova ed il fascino procurato da una donna essere inversamente proporzionale all’interesse effettivo che se ne ha. Subentra l’importanza dello star soli, del vivere di circostanze più o meno occasionali, d’aprirsi ad una vita sociale quale avrebbe dovuto sempre essere stata: prona a tutto ciò che non è immediatamente sociale.

massenzio

 
 
Le forme di vita tutte si caratterizzano sul nostro pianeta per la lotta per l’esistenza, il cui meccanismo preferenziale pare essere quello della riproduzione sessuata. Una specie di tartaruga marina per concepire la sua prole è costretta a compiere migliaia di km per deporre le sue uova su di una spiaggia dove i nascituri prima di giungere in acqua se la devono vedere con uccelli e granchi quali predatori e poi in acqua con squali, cernie ed altri uccelli. I rimanenti avranno in disgrazia il privilegio di poter continuare a vegliare sulla loro precaria esistenza per il resto del tempo che gli rimarrà da vivere. E’ solo un esempio di quanto si può trovare come caratteristica comune e saliente ad ogni specie di vita. Poi v’è la specie umana. Essa ha vissuto sotto il segno della precarietà vitale ed a quella ad essa specifica di natura sociale sino a diciamo una cinquantina d’anni fa, quando in una parte risibile del pianeta per grandezza e numero d’abitanti ha conosciuto le “magnifiche sorti e progressive” del welfare state, che hanno senza dubbio alcuno ridotto il livello di quelle precarietà. Questa, nella storia delle specie sulla terra, è stata la vera e propria eccezione. Negli ultimi trenta anni quelle magnifiche sorti hanno cominciato a ridimensionarsi granché, sicché la nostra specie, sempre in quella parte risibile del pianeta, comincia a sentire nuovamente il peso di quelle precarietà. Taluni hanno per la verità il sentore che si tratti d’una inversione del tutto artificiosa e pensano che le condizioni tecniche date possano far trionfare quell’eccezione nel senso almeno solo di renderla più potente e duratura. Questi ed altri hanno cominciato e continuano in forma nuova a preoccuparsi sempre più finanche della sorte delle altre specie animali e della possibilità che ci verrebbe data di ridurre l’impatto violento, repressivo del nostro far parte della catena alimentare sul resto delle altre specie animali. Taluni poi pensano alla possibilità non più utopistica di una vita sociale autenticamente solidale e partecipata e s’illudono addirittura che ciascuno possa vivere in pace con se stesso senza la necessità, che non sia dettata da una rinnovata solidarietà, di mescolarsi troppo con i propri simili. Costoro rappresentano l’eccezione nell’eccezione, poiché il resto del pianeta ci regala oramai ad un ritmo accelerato ed in forma possente solo un campionario “rinnovato” di tutte le brutture storiche, a cominciare da una diffusa nuova forma di schiavismo e da un esercito disperato di migranti. Il resto del pianeta, ossia ciò che rimane di quelle eccezioni, sembra oramai destinato ad essere risucchiato da questo buco nero della nostra storia recente. Di fronte a questo squilibrio, è senza dubbio più ragionevole supporre che dio esista piuttosto che si possano compiere le ragionevoli aspettative d’una specie che sembra trovarsi all’apice della fine d’un’era, le quali, anche se si compiranno, saranno risibili nel tempo di questa specie su questa terra, tanto più tanto le normali dinamiche climatico-atmosferiche e geologiche e quelle eccezionali le rendono ancor più tali.

Il Socialismo - finora e per tutta la sua storia - è l’ultima gretta filosofia della storia a noi nota, tanto che si può constatare per il passato come qualunque previsione ottimistica sul futuro della nostra specie da essa formulata sia risultata infondata e per il presente qualunque di esse per il nostro futuro prossimo venturo espressa da qualche suo residuo rappresentante rivoluzionario si rende altamente improbabile.

massenzio

 

11/9

07/05/2011

 
Come è facile di questi tempi sentir dare del matto  o considerare strano chi osserva elementari verità intorno a ciò che intesse la nostra vita quotidiana, giacché sul piano psicologico turbano non poco (sintomo d'una psicologia di massa alquanto fragile), così sul piano del dibattito ideologico-politico è sufficiente usare espressioni come "dietrologia" o "complottismo" per condurre in porto una operazione di "velamento" - i greci designavano il contrario con alétheia=svelamento=verità - tanto semplice ed automatica quanto subdola:  la "dietrologia" non viene indotta dai fatti (non essendo, dunque, più tale), ma i fatti sono dedotti dall'impianto dietrologico, cosicché non esistono più. Ecco un modo di sostituire ai fatti le parole. I fatti nudi e puri, perché l'interpretazione dei fatti è occorsa naturalmente e legittimamente nell'impianto considerato dietrologico. Ma l'operazione che sì è fatta non è stata quella di eliminare dalla scena perché fasulla l'interpretazione, ma di eliminare dalla scena proprio i fatti. Per esempio nel caso dei dirottatori dell 11/9, di cui non v'è traccia della loro esistenza su quegli aerei. Questo fatto, base della "dietrologia", come d'incanto scompare ed al suo posto compaiono quelli fittizi (velamento) "imposti" senza alcuna difficoltà, vista la compiacenza sempiterna dei mass-media, dalle autorità, che fanno da base alla messa in campo di quella operazione propagandistica che fa di tutto il resto dietrologia e complottismo. Alla verità ufficiale occorre la "dietrologia", per poter funzionare.

massenzio

 

No Title

07/05/2011

 
Solo l’istante, colto ad esempio da una foto, ci riporta e ci frantuma sul finito.

Qualunque previsione ottimistica sul futuro prossimo venturo appena formulata si rende altamente improbabile.

massenzio
 

5

07/05/2011

 
L'Essere si manifesta come una infinità di "strati", "sezioni", ciascuno dei quali rimanda ad un essere senziente. Ogni strato è come il"campo visivo" di Wittgenstein. Il nostro contiene bensì altri esseri senzienti come "nostra" prospettiva sul mondo, ma non le loro rappresentazioni, il modo in cui ad essi l'Essere si manifesta.
Quando parliamo dello stato attuale delle nostre conoscenze della materia-energia, quando ne formuliamo l'attuale versione standard dovremmo postulare l'eventualità che le stesse categorie di materia-energia non siano la realtà ultima a cui noi, ad es., ci approssimiamo, ma siano una sorta di a priori, ossia il modo in cui a noi l'Essere si manifesta: non la "realtà", ma il nostro modo di esperirla. L'universo stesso potrebbe essere una categoria, la summa del nostro processo di significazione.

massenzio
 

No Title

07/05/2011

 
Il nostro sguardo sofferto sul mondo è talmente effimero da procurare amore per esso, tremendamente effimero da esserne sconvolti ogni qual volta ce ne accorgiamo.

massenzio
 

4

01/05/2011

 
Non - di certo - se esiste un mondo, né se è fatto in un certo modo e neppure se esistono oggetti, eventi di un certo tipo sono le domande da porre, ma cosa e dunque come conosciamo è questione sensata. Con ciò le questioni relative al determinismo vengono probabilmente meno anche riguardo a porzioni del "nostro" mondo.
Questa sarebbe "la" prospettiva. A trattarla come "una", potremmo opporvi quest'altra ipotesi innovativa: non tutto ciò il cui contrario è pensabile si deve considerare possibile, bensì tutto ciò che è pensabile non può essere escluso dall'ordine necessario delle cose.

massenzio
 

"libero arbitrio"

01/05/2011

 
Possiamo concepire il "libero arbitrio" come un tendere indefinito verso una riduzione del "condizionamento". Esso tuttavia sarebbe reso possibile per i più da determinate condizioni sociali, ossia presuppone delle condizioni necessarie, come quelle fino ad ora date lo hanno totalmente impedito, specie nei nostri tempi di "virtù democratiche". Sino ad ora quel "tendere" è stato solo prerogativa di pochi individui della nostra specie. Riguardo a ciò, per le altre specie empaticamente a noi più vicine cosa possiamo osservare?

massenzio