Una  teoria della  conoscenza storicista o relativista radicale comporta che:
 a)   Ogni forma di cultura è conoscenza;
 b)   La conoscenza è funzione dei processi sociali;
 c)   La conoscenza non va intesa come corrispondenza tra essa e la realtà nel senso di un adeguamento in itinere dell’una rispetto all’altra  (realismo);
 d)   La conoscenza dunque non va intesa in un senso progressivo;
 e)   La conoscenza è un processo, una costruzione esperienziale;
 f)    Alla sua base v’è un elemento soggettivo, fisiologico, di specie ed uno storico;
 g)    In questo senso ogni conoscenza è “vera”, poiché viene costruita ed esprime i rapporti sociali esistenti;
 h)    La conoscenza da luogo ad una percezione del mondo che ne è sua “immagine e somiglianza”. Essa è in certo qual modo  autoreferenziale: producendo una immagine del mondo (la distinzione scienza e ideologia viene meno) essa mostra (costruisce cognitivamente) quanto costruito da una prassi storica. Le “verità”risultato della conoscenza sono date dalla loro genesi.
 i)   La “realtà” come considerata nella tradizione gnoseologica prevalente assume così la consistenza di un che di “indeterminato”: è  l’Essere le cui determinazioni sono storico-soggettive. In un certo senso, la conoscenza così intesa va considerata parimenti una  “risposta” dell’Essere al nostro operare. 
  
“Colui che dogmatizza pone come vera e reale la sua osservazione così detta dogmatica, mentre lo scettico pone le sue espressioni non come vere e reali in senso assoluto. Come infatti l’espressione “tutte le cose sono false” afferma, insieme colla falsità di tutto il resto, anche la falsità di se stessa, così lo scettico intende che  l’espressione, ad esempio, “per nulla più” affermi “per nulla più” anche di se stessa, e per tal modo circoscriva se stessa insieme col resto…. Se colui che dogmatizza pone come vera e reale la sua affermazione e lo scettico invece le sue espressioni proferisce in modo che esse possano essere circoscritte da se stesse, non si potrà dire che questo  dogmatizzi nel proferire tali espressioni.
Se per setta si intende una propensione a molti dogmi, aventi tra loro e con i fenomeni una certa coerenza, e per dogma s’intende l’assenso a cosa oscura, affermiamo che lo scettico non ha una setta. Se invece per setta s’intende un indirizzo che aderisce, in conformità del fenomeno, a una certa maniera di ragionare, come quella che ci mostra in qual modo è possibile vivere rettamente e tende a darci la facoltà di sospendere il nostro giudizio, allora diciamo che lo scettico ha una setta.”

 Sesto  Empirico, a cavallo tra il II ed il III secolo d.c.

 α  → ¬α, ma ¬ α ≠ (non implica) β.
 α  =   tutte le cose sono false
 ma poiché si deve applicare a se stessa, come rileva S.E., allora ¬ α =  è falso che tutte le cose siano false ≠ (non implica) “Tutto è vero”( β). 

 Al fine di costruire formule ben formate dell’argomento occorre la seguente esposizione:
 per ogni X, se X è una proposizione,  X è falsa; la sua negazione logica implica che allora vi sarà almeno una proposizione X vera;  ossia la negazione di una universale negativa si mostra equivalente  ad una particolare affermativa.
 
L’argomento di S.E. è assai interessante sotto due aspetti che ci aiutano a capire e delimitare l’analisi puramente  logica.
L’argomento è produttivamente autoreferenziale (“l’espressione circoscrive se stessa insieme col resto”), come si nota. Ne consegue che almeno una o infinte proposizioni (come da esistenziale  affermativa) possano essere vere, ma non ne consegue alcuna conclusione a  favore di ciò che S.E. chiama dogmatismo. In sostanza, dalla autoreferenzialità  non  consegue vi debba(no) essere verità assolute. Il “circoscrivere a se stessa” esclude proprio ciò. Ma c’è di più. S.E. precisa che colui che dogmatizza “pone come vera e reale la sua affermazione”, ossia assume una posizione “realista”, suppone una conoscenza come “corrispondenza” del pensiero alla realtà. In questo senso possiamo prenderci la libertà di usare l’argomento del nostro per concludere da esso sostenendo che non v’è una conoscenza “oggettiva”, “indipendente” dal contesto di chi e cosa si conosce (ipotesi realista -dogmatica), ossia “vera e  reale”.
 
Essendo l’argomento come osservato del tipo autoreferenziale possiamo comunque trattarlo usando la semantica tarskiana per specificare le condizioni di verità di un enunciato, e quindi dire che:
H  è vero (nel linguaggio T) se e solo se P, ossia i concetti semantici relativi ad H devono essere formulati nel linguaggio  P.
H è la nostra universale negativa, il linguaggio T è il linguaggio in cui la abbiamo espressa (comune e della logica dei predicati)  e P è il metalinguaggio usato per trattare di H.

Se “H “ è un enunciato vero, allora H; se H, allora “H” è un enunciato vero.
 
Q sta per “Questo enunciato è falso”
E’ vero che “Q”, dunque è falso      
    L₁             L      
                
(L₁   metalinguaggio  L linguaggio oggetto)

E’ falso che “Q”, dunque è vero
       L₁           L

R sta per l’enunciato che dice  “Tutti gli enunciati sono relativi a…”

E’ vero che “R”, dunque è vero che…

E’ falso che “R”, dunque è falso  che…..

Posso solo invalidare quest’ultimo argomento mostrando il darsi di una posizione assoluta, ossia che vi siano forme di conoscenza che non dipendono da contesti di qualunque genere, dunque non con  argomenti logici.
In tal senso, il relativismo gnoseologico radicale non può non essere che una sorta di “meta-gnoseologia”.
 
  
                                                                                  Berkeley
 
Il nocciolo dell’argomento di Berkeley è che a) poiché le realtà esistono nella misura in cui sono percepite esse non possono essere il prodotto, non possono essere proprie della materia (ergo la realtà non è materiale e nonostante le si attribuiscano proprietà fisiche), poiché esse accadono, si  presentano in ciò che non è materiale (nella mente – esse est percipi); b) in quanto le realtà come sensazioni o idee si impongono con regolarità alla mente, data la conclusione appena riassunta esse debbono essere il prodotto di Dio, ossia di una mente, appunto, ma di natura necessariamente infinita.
 
A=A’ →  ¬ B; A=A’ ∧ a’ →  Aⁿ
 A: realtà
 A’:percezione
 ¬ B: non materiale
 a’:proprietà fisiche delle percezioni
 Aⁿ:mente infinita
 
Il presupposto di tutta l’argomentazione è nella assunzione (indimostrabile) che la mente sia  immateriale.
 
Sicché, abbandonando il presupposto di B. posso fare altrettanto e forse più ragionevolmente l’ipotesi della esistenza di una realtà indeterminata di cui la mente è solo una faccia, un modo in cui essa si presenta. Essa sarebbe il ricettacolo in cui accadono le sensazioni giacché esse esistono in quanto percepite ma in una mente che è arbitrario considerare immateriale. Ossia, se è valido l’argomento di B. intorno ad realtà=percezione*, ma invalido o invalidabile l’assunto, allora possiamo limitarci a parlare d’una realtà ma indeterminata (come il Dio di B.) che si determinata solo in quanto ci appare (esistono tante realtà quanti sono gli esseri  senzienti). Se è contraddittorio, con B., parlare di materia come un che di esistente e non percepito, altrettanto lo è parlare di spirito. Possiamo  tranquillamente andare oltre questa dicotomia. Se continuiamo a parlare di “materia”, lo facciamo solo nel senso che tutte le proprietà percepite a noi  note le definiamo per abitudine “materiali”, ossia caratterizzate  fisicamente.
In realtà l’argomento di B. sembra essere inconsistente. E’ come se per volere sostenere che la natura della materia è quella d’essere divisibile all’infinito, noi assumessimo la sua indivisibilità. In sostanza, B. accompagna  la tesi della identità essere-percezione alla distinzione tra percezioni di eventi dalle note caratteristiche fisiche (colori, suoni, estensione, moto etc.) e mente in cui accadono o si presentano e la cui natura sarebbe immateriale, ossia non caratterizzata dalle suddette caratteristiche.  Dunque per potere osservare proprietà fisiche e sostenerne l’esistenza debbo assumere un che di non fisico e dunque non osservabile a quel modo. Ma, per es.,  lo stesso tempo viene identificato da B. come una successione di idee nel nostro spirito. Le due sostanze come si coniugherebbero? L’assunzione di un che di mentale come spirituale è puramente arbitraria ed “im-percettibile”, dunque è come se per sostenere che tutto è  percettibile io assumessi che qualcosa non lo sia. Questa è una contraddizione.  Ora, si sa dal teorema dello Pseudoscoto, che se assumiamo una contraddizione in un sistema, possiamo derivare qualunque proposizione.
Per metterla diversamente, B. dopo che con chiarezza e lucidità ha usato numerosi argomenti per contestare la datità “materia” perché impercettibile, ne ammette un’altra (la mente impercettibile) e per ragioni teologiche e per non cadere nel solipsismo (in realtà perché non si può fuggire all’evidenza dell’argomento di Parmenide). Ma a questo punto l’una vale l’altra, è una questione di nomi.
Se si abbandona il realismo, invece, la “realtà” conosciuta diventa il risultato della nostra prassi, anzi è parte di questa prassi. Noi conosciamo quanto accade ed è accaduto, non un mondo da noi separato che attende d’essere scoperto. Come per l’ecosistema, esso si fa conoscere quando agiamo
  
*Una tesi che di per sé pare inconfutabile od ovvia, tranne che per il conseguente impianto psicologista che accompagna la sua analisi dei significati. 


massenzio

 
 
Una nave semi-affonda ed il pirla di turno ne è il responsabile. Menomale si tratta di errore umano, poiché dato l’inevitabile caso massmediologico, si può sottacere del contesto, quello per cui qualunque cosa si faccia nelle nostre società è male e dunque qualunque caso si prenda è emblematico dello stato del “sistema”.
Il  caso lo conoscono tutti ed è uno di quelli su cui i mass-media vivono, poiché dura per giorni, se ne può riparlare, si possono fare infiniti dibattiti, si possono far apparire i medesimi cosa buona e giusta e i sacrosanti cittadini possono godersi quella che chiamano democrazia nel suo farsi e trovare un argomento che gli renda la loro vita di merda tanto accettabile tanto inevitabile.
Quello che è assai meno noto è che su queste citta galleggianti si pratica un turismo criminale (e quale non lo è). Centinaia di persone lavorano per neppure mille euro al mese ad una media di tredici ore al giorno, sette giorni su sette. Non ti puoi praticamente ammalare e se donna sei sottoposta a facili ricatti.
Questi schiavi reggono il moccolo a migliaia di persone (impiegati, commercianti, operai, imprenditori e altri ilici) che traslano la loro misera vita urbana su di una nave dove considerano sacrosanto far subire ad altri quanto essi, in varie forme, subiscono quotidianamente durante l’anno. In fondo la morale del turismo di massa è proprio questa: concedersi il dominio sulla servitù una decina di giorni l’anno. Sicché questa pratica, riproducendo la dissociazione antropologica tra tempo libero e lavoro prodotta dalle nostre società, esemplifica assai bene a cosa noi condanniamo il piacere di vivere in questa fogna chiamata progresso industrial-capitalistico. 
Ma non finisce qui. Questo povero mostro dei mari, giunto al tramonto della sua esistenza, capita assai spesso finisca sulle spiagge del Pakistan, dell’India, della Turchia o del Bangladesh dove migliaia di giovani disperati proseguiranno un altro business. Dalla culla alla bara. Il percorso è senza dubbio una buona metafora della nostra esistenza nel migliore dei mondi possibili.

massenzio

 
 
Base  naturale

 La  conoscenza viene data dalla funzione dei sensi, dalle dinamiche attenzionali e dai concetti ed attività astrattive che su questa base vanno formandosi. A questo livello diamo una forma ad un materiale altrimenti "indeterminato"*. Ciò vuol dire che esso si dà con la nostra attività conoscitiva. In che altro modo potrebbe darsi? L’isomorfismo tra attività mentale umana e natura, materia, mondo esterno ed in qualunque modo lo si voglia chiamare, oltre a presupporre la prima non può fornire sostegno ad una identità parmenidea tra essere e pensiero per quanto in itinere, poiché sembra più plausibile supporre che quella attività, proprio in quanto «umana», colga ciò in cui è immersa per qualche lasso di tempo da una certa prospettiva, come un lampo di luce può illuminare solo un punto di un ambiente, da una certa
posizione e secondo l’intensità della luce emessa.
L’ipotesi  “costruttivista”sembra la più adatta a descrivere questo  processo ed è corretto eguagliare "realtà" ed "esperienza"
 
Struttura sociale
I  rapporti tra gli uomini, le forme di vita come danno una impronta di sé all’ecosistema, anzi questo si rende riconoscibile in quanto lo modifichiamo, così informano di sé quella base naturale, facendoci percepire e conoscere ciò che chiamiamo«realtà» (altrimenti indeterminata) secondo adesso una soggettività (esperienza) storica. Per quanto riguarda questo secondo aspetto, il discrimine fondamentale si ha tra preistoria e storia (civiltà) e un altro fondamentale si avrebbe tra quest’ultima ed una post-civiltà a cui porterebbe una soppressione del capitalismo.
Così, secondo questa ipotesi, come l’avvento della concezione monoteista non rappresenta affatto il costituirsi d’una concezione più reale, vera, «oggettiva» della divinità (un«progresso» nel campo religioso) a fondamento del mondo ma esprime l’avvento di nuovi rapporti sociali, umanamente più poveri poiché caratterizzati da uniformità nelle dinamiche sociali, dal consolidarsi di dinamiche impersonali(il top lo si ha con il capitalismo), allo stesso modo nulla ci vieta di argomentare che anche dal lato delle cosiddette conoscenze scientifiche valga lo stesso criterio interpretativo. Esse non esprimono sic et simpliciter l’avvento di «conoscenze oggettive» rispetto alla «falsità» di millenni, esse forniscono una immagine del mondo congruente anzitutto alle forme del tutto impersonali che il dominio, il potere e la gerarchia assumono con il capitalismo. Il ridurre all’essenza gli eventi naturali, faccenda che comunque data dal consolidarsi dei processi di civilizzazione,  è il riflesso di rapporti sociali vieppiù essenziali. Qui non si tratta di conoscenze «più profonde», ma «più adatte» al sistema sociale consolidato. L’ideologia del ridurre tutto a «sistema essenziale» è l’ideologia dell’epoca moderna.  L’Etica di Spinoza ne è un buon manifesto e così la costruzione hegeliana di una ragione che penetra se stessa scavando sino agli abissi del mondo. Qui si realizza la conoscenza suprema nella forma e nei contenuti adatti ad una certa epoca.  In verità vi sono state eccezioni, che ancora solo richiamano altro e soprattutto i punti deboli d’un sistema sociale che può sempre tramontare.
Va da sé che qui si ipotizzano uno storicismo ed un relativismo radicali. In effetti o sono radicali o negano se stessi. Questo è toccato in sorte al materialismo storico, che ha celebrato l’era del positivismo, facendosene  l’interprete più maturo e coniugando, sul piano terminologico, due termini difficilmente adattabili l’un l’altro, giacché il materialismo è una filosofia che, come altre, ha pretese d’ «oggettività». 

Sicché, in conclusione, durante il processo conoscitivo operano due livelli di soggettività (simultaneamente), che forniscono la nostra prospettiva sulla realtà. Il primo livello fornisce una sorta di prospettiva stabile (il lampo di luce in un ambiente oscuro), mentre i cambiamenti dentro una medesima prospettiva (la nostra specie senziente) sono forniti dal secondo livello, ossia da quanto accade nei rapporti tra gli uomini e tra questi e l’ecosistema, poiché la conoscenza è funzione di questi, ossia come, cosa e secondo quali finalità conosciamo (l’intensità, l’angolo, il colore di quel  lampo).
In un certo senso, la conoscenza che risulta dalla sovrapposizione dei due piani va considerata parimenti una “risposta” dell’Essere al nostro operare.
 
 
 
*Sarebbe  ingenuo identificare quest’ultimo con il campo elettromagnetico per il visibile e non poiché già questo presuppone una costruzione conoscitiva post factum, così come per le risultanze del «Principio di esclusione» di Pauli riguardo il senso del tatto. Poiché la conoscenza comporta una “traduzione” di input esterni (perciò è “nostra”), intendiamo con “indeterminato”quanto è “originale” prima che la traduzione avvenga.

massenzio